Venezia va salvata. Ma da chi vuol salvarla

Il ministro Brunetta e il governatore Galan sparano contro una città "mercificata" e "degradata". Però le lamentele sul futuro della Serenissima durano da secoli. Cercare di governarla è inutile, perché non è una città come le altre

Venezia va salvata. Ma da chi vuol salvarla

Nel 1966, dopo che Venezia finì sott’acqua, Indro Montanelli si mise in testa di salvarla. Vi prese casa, scrisse decine di articoli di denuncia, diede il suo nome, la sua voce, il suo appoggio, ai vari organismi salvifici che mossi dallo stesso impulso andavano formandosi. Lì per lì la città lo salutò come eroe, ma dopo un po’, fra denunce, scambi di accuse, cause in tribunale, i veneziani si convinsero che l’«acqua alta» fosse colpa sua e lui gettò la spugna. Negli anni a seguire, a chi gli chiedeva come e perché fosse andata a finire così, si limitò a ricordare il giudizio che Mussolini aveva dato dell’Italia e degli italiani: governarla, ovvero governarli, diceva la Buon’anima, non era impossibile, era inutile. E lo stesso, era la convinzione di Montanelli, valeva per la salvezza di Venezia e dei veneziani...

Il «grido di dolore» che il ministro Renato Brunetta ha lanciato ieri, dalle colonne del Corriere della sera, riguardo a una città «mercificata e svenduta» dalla propria classe dirigente, «priva di «qualsiasi progettualità per il futuro» (a cui si è aggiunta, sempre ieri una «lettera aperta» ai veneziani nella quale il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan parla di una città «degradata», regno di topi, rifiuti e gabbiani) è dunque solo l’ultimo in ordine di tempo di un cahier de doléances che, a voler essere buoni, si trascina da almeno un secolo. L’incolpare il ventennio cacciariano quale responsabile della decadenza, significa però scambiare la causa per l’effetto.

Vediamo di spiegarci meglio. Venezia fa sessantamila abitanti e invecchia, ospita una Mostra del cinema internazionale ma durante il resto dell’anno ha una sola sala cinematografica funzionante, anzi due, solo che l’altra è al Lido... Maschere di cartapesta e gondole di vetro plastificato sono gli unici generi che proliferano, prendendo il posto di panetterie, negozi di frutta e verdura, botteghe artigiane, librerie. Scompaiono i bàcari tradizionali, dilagano le pizzerie al taglio, i ristoranti per turisti sono sempre di più, sempre più cari, sempre più infimi e la realtà è che i veneziani vorrebbero avere i soldi del turismo, ma non i turisti, e quest’ultimi ricambiano cercando di avere Venezia senza i suoi abitanti. Chi pensate che, alla lunga, vincerà?
Capire la psicologia di una città e di chi la abita non è un esercizio facile, e ancor più difficile esso è se lo si applica a chi per la sua storia pregressa è stata Occidente, ma anche e forse soprattutto Oriente, bizantina nella forma come nei suoi comportamenti, unica e irripetibile, in perenne, instabile equilibrio.

Patrimonio dell’umanità, Venezia gode dell’attenzione spasmodica di miriadi di associazioni internazionali che si preoccupano della sua salvaguardia, una trentina almeno, in rappresentanza di undici nazioni... È anche però un patrimonio che i veneziani sentono gelosamente e snobisticamente proprio. Tre anni fa lo scrittore americano John Berendt, nel suo libro La città degli angeli caduti chiese a Giovanni Volpi di Misurtata, il figlio di quel conte Volpi che creò la Mostra del Cinema e Marghera, un giudizio in proposito. E se ne ebbe questa irridente risposta: «Quando lei vede un vecchio palazzo veneziano di cinquecento anni, può essere che sia malandato, e persino in pericolo. Ma non lo può descrivere come in rovina. È da cinquecento anni che dura. La Venezia in rovina è un grande mito. Ecco cosa penso io di “Save Venice”. Venezia si salverà da sola. Andate e salvate Parigi!».

Il bello è che il conte Volpi non ha mai lesinato il suo disprezzo alle famiglie veneziane pari alla sua e ai veneziani in genere, avidi, avari, inconcludenti e sempre gli uni contro gli altri armati. E del resto basta fare un giro per calli e campielli per rendersi conto che la città si spopola, il tessuto urbano si rarefà, la sporcizia aumenta e insomma sempre più l’apparenza prende il posto della sostanza.
L’alterigia, la consapevolezza della propria unicità, fanno il resto, in un combinato disposto inestricabile quanto goldoniano: le baruffe chiozzotte in cui tutti litigano, tutti sparlano, tutti si scambiano di ruolo e nessuno fa niente perché tanto niente si può fare: Venezia è lì, c’è da mille anni, cosa si vuole di più?

L’unicità è una condanna e una salvezza. Il ministro Brunetta sogna «un nuovo rinascimento», ma perché non rimanga lettera morta l’impressione è che ci vorrebbero poteri straordinari: che so, ripopolarla a forza, contingentare il turismo manu militari, impiantare ex novo e con contributi a fondo perduto arti e mestieri, «deportare» i veneziani doc in terra ferma (scherzo, naturalmente)... Ancora negli anni Ottanta, ai tempi del socialismo trionfante, Gianni De Michelis tirò fuori dal cilindro la formula dei «giacimenti culturali», Venezia come fucina di idee, di progetti, di scommesse. Vent’anni dopo, basta paragonare le sue due più grandi librerie, la storica Toletta e ora più recente Mondadori, con quelle medie di qualsiasi altra capitale italiana per lasciar cadere sconfortati il paragone. Perché il «giacimento» frutti, non bastano gli specialisti o la mano d’opera, ci vuole una città vera intorno.

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