Le luci della cabina sono spente, le cinture allacciate e l’01.05 di notte, orario fissato per il decollo, è trascorsa da una bel po’. Eppure il volo Turkish TK 0419 con destinazione Mosca non sembra scollarsi dall’aeroporto di Istanbul. All’improvviso un sussulto, le luci che si riaccendono e quattro hostess a sussurrarci di attendere.Raisa, due sedili davanti al mio, non ci capisce più niente. Si sporge. Si alza. Si allunga verso i finestrini. Non si capacita di perché quel benedetto aereo non si muova. Poi mentre l’hostess le chiede di sedersi la sua ansia esplode. «Mi dica la verità, la prego... a Mosca ci sono i droni...È per questo che non partiamo». La risposta è più banale. «Tranquilla stiamo solo completando il rifornimento». L’accenno all’ultimo spauracchio dei cieli basta però ad animare un volo fin a quel momento sonnacchioso e silenzioso. A bordo sono probabilmente l’unico straniero in mezzo a 200 russi fin lì apparentemente indifferenti alla minaccia del presidente ucraino Volodomyr Zelensky di bloccare a colpi di droni gli ultimi voli commerciali. La loro evocazione basta però a risvegliare le preoccupazioni di questo drappello di vacanzieri, commercianti e uomini d’affari in viaggio attraverso l’ultima cruna delle sanzioni.«Sono venuto in vacanza in Turchia perché in Crimea le strade sono un tiro al bersaglio, ma adesso mi tocca preoccuparmi anche qua - si lamenta Roman - voi europei ci avete dichiarato guerra. Non capisco perché continuate a finanziare quel criminale di Zelensky... Dove volete arrivare? Volete vedere un aereo civile abbattuto?». Raisa, tornata al suo sedile, non rinuncia a spiegarmi la sua ansia. «Ieri Vnukovo, l’aeroporto di Mosca dove siamo diretti, è rimasto chiuso per ore. Una mia amica non è potuta rientrare perché il suo volo e molti altri sono stati cancellati. Ma le sembra giusto prendersela con noi? Siamo solo dei civili». «Purtroppo è la guerrala interrompo- va così da entrambe le parti». Lei scuote la testa, agita la mano dedicandomi il gesto riservato a chi non vuole capire e si rimette a sedere.Accanto a me Konstantin, un ragazzo 29enne alto e riccioluto ascolta silenzioso mentre sfila dalla borsa nera di Louis Vuitton un Ipad e si scarica un film americano. Al polso ha un Rolex d’acciaio e sulle labbra un sorriso incuriosito. «Ho fatto una domanda scomoda?» chiedo. Scuote anche lui la testa. «No, no, ma sai per me e tanti altri abitanti di Mosca fino a tre mesi fa questa guerra non esisteva. Non venivamo più in vacanza da voi, non volavamo più a Milano, Londra o Parigi, ma poco cambiava. A Mosca, a Pietroburgo e nelle altre città la vita era quella di sempre.All’improvviso tre mesi fa è scoppiato l’inferno. L’Operazione Speciale ci è arrivata in casa. Ora i droni ci girano sopra la testa, la benzina costa due euro al litro e manco si trova. In un estate è cambiato il mondo.Questo volo era l’ultima porta per l’Europa, ma ora anche questo sembra diventato incerto, insicuro. E tutto questo l’avete fatto voi europei. Siete voi ad aver dato a Zelensky i droni e la tecnologia per farci tutti questo. Siete voi che alla fine ci avete dichiarato guerra. Per questo noi russi non vi capiamo più».

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