Cari liberali, non litighiamo sulla flat tax...

La tendenza dei liberali è quella di litigare sempre tra di loro. Anche se siamo quattro gatti, troviamo sempre un difetto nel nostro vicino. Il caso della flat tax è quello tipico. Si può obiettivamente dire che si tratta dell'unica proposta fiscale innovativa di questa campagna elettorale (poco conta che l'idea risalga al 1956 e che Berlusconi, grazie a Antonio Martino, la propose nel 1994). La Lega, grazie ad Armando Siri, è stata la prima a saltarci sopra. Poi è arrivata Forza Italia, che ha rispolverato ciò che aveva seppellito nella gestione del potere (dentro e fuori) degli ultimi 25 anni. E anche i seguaci di Giorgia Meloni hanno proposto una sorta di tassa piatta sull'emersione del reddito.

L'Istituto Bruno Leoni ha invece codificato un modello di ricostruzione fiscale organico che gira appunto tutto intorno alla flat tax al 25%. E Nicola Rossi, ex deputato del Partito democratico, economista ed ex presidente proprio dell'Istituto Leoni, spiega in un agile libretto Flat Tax. Aliquota unica e minimo vitale per un fisco semplice ed equo (Marsilio, 2018), la proposta dell'Ibl. Non solo si dovrebbero tassare i redditi, tutti i redditi al 25%, ma anche l'Iva dovrebbe salire al 25% e la tassazione finanziaria dovrebbe arrivare a quel punto. La «no tax area» sarebbe a 7mila euro, e le imposte sulla casa sarebbero tutte reddituali (l'affitto incassato o quello virtuale derivante dalla rendita catastale) e dunque rientranti nella flat tax. Riguardo all'implicito aumento dell'Iva che la proposta contiene, Rossi nota come il suo incremento rappresenterebbe una «svalutazione fiscale», simile a quella che avviene quando l'euro si deprezza. Infatti le società che esportano non sono influenzate dall'Iva (che colpisce solo i consumi e non le esportazioni) ma nel contempo è avvantaggiata dalla riduzione fiscale su tutto il resto. E qui ci permettiamo una piccola obiezione, che forse sarebbe potuta essere combattuta con qualche riga in più. È vero che le imprese che esportano sono il nostro fiore all'occhiello, ma dimenticarsi che gran parte del Pil è fatto anche da consumi interni che verrebbero colpiti dall'aumento delle imposte indirette è forse un po' semplicistico.

La proposta di Rossi, che riconosce la primogenitura di Milton Friedman, anche se non cita alcun suo lavoro in una sterminata quanto modesta bibliografia, non ha infatti a che vedere con lo spirito liberista dei reaganiani. Qui non si vuole «affamare la bestia», cioè togliere il cibo ai centri di spesa statuali, e nel testo si rivendica esplicitamente. Si tratta di una razionalizzazione del modo con cui la si raccoglie. È più efficiente un'aliquota unica, con l'aumento di altre tasse al medesimo livello, e segnatamente l'Iva.

E ritorniamo così alla premessa. Per un liberale il testo di Rossi, figlio di una cultura e una tradizione socialista, è come si direbbe dalle parti nostre «grasso che cola». Troviamo un'intesa. Il rischio è di rimanere come stiamo e di dover comunque alzare l'Iva, come previsto da clausole di salvaguardia che ogni anno la Finanziaria cancella ma solo per dodici mesi, senza neanche esserci portati a casa la flat tax.