Il commento/2 E chi ha fiducia nella scienza non le ponga limiti

«Non può essere né un ministro né un governatore a interpretare una legge. Tocca alla magistratura». Questo aveva dichiarato il governatore del Piemonte, Mercedes Bresso, riferendosi a uno dei tanti conflitti sul corpo di Eluana Englaro. «Nessun potere può annullare le sentenze, né quello legislativo né quello esecutivo», aveva ribadito il presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Grechi. E così è avvenuto con la «deportazione» di Eluana a Udine. Posizioni, quelle del presidente della Regione subalpina e quella del magistrato, che di fatto stabiliscono - rispetto a quelle espresse da esponenti del governo - un'interna contraddizione dello Stato. Ci possono dunque essere due verità di Stato?
Non si può dire, logicamente; infatti si tratta di due verità individuali espresse da rappresentanti delle istituzioni, non in nome della legge ma in nome della loro coscienza. E, nel ruolo istituzionale, non si possono ammettere due verità; suona dunque sinistro che il governatore del Piemonte riconosca alla magistratura un primato nell'applicazione della legge rispetto ai poteri politici rappresentati da un ministro o da un governatore. Con questa fede cieca si dovrebbe riconoscere che la decisione del tribunale brasiliano su Cesare Battisti è inappellabile e non si può consentire che, per più alta ragione di Stato, il potere politico la contraddica. È esattamente quello che è accaduto nel caso di Eluana.
Un tribunale ha deciso su una materia squisitamente etica; e il governo ha riconfermato il primato umano e cristiano della vita. Il tribunale, infatti, non ha agito su una vicenda privata, come appare essere il destino di Eluana, ma davanti a un'opinione pubblica, considerando il «caso» come una questione di principio, non più una vicenda limitata nell'ambito familiare con dolore e discrezione. La natura di un caso stabilisce dunque gli schieramenti, i pro e i contro, indipendentemente dalle umanissime ragioni del padre. Che asserisce di interpretare la volontà espressa dalla figlia. Anche se non bisogna nascondersi che appare, invero, inaccettabile il continuo riferimento alla volontà di Eluana che, diciassettenne pienamente consapevole (anche su questioni di così alta sostanza etica che richiedono più che una generica osservazione personale o una battuta di circostanza), prima dell'incidente, non prevedibile, avrebbe pensato alla propria morte senza essere malata e senza essere profeta, comunicando, per una improbabile premonizione, di non voler sopravvivere in stato vegetativo. Ma come è pensabile che abbia espresso questa volontà al padre, e come lo si può ritenere attendibile sulla base della sua sola parola? E in quale verisimile circostanza, prescindendo dalla emozione dell'incidente occorso a un'amica?
In questa situazione alterata dall'attenzione ideologica ed etica di una vasta platea che stravolge una vicenda privata e una questione di coscienza nel tifo di opposti schieramenti, pro e contro la vita, la magistratura agisce come un tribunale del popolo e la sua sentenza è inevitabilmente discussa. Bisogna allora porsi in una diversa prospettiva, al di là del conflitto tra laici e credenti e anche oltre l'astratta difesa del valore della vita che sembra avere prevalentemente ispirato la reazione del ministro. Che non si manifesta come una ribellione alla magistratura ma come l'indicazione di principi che nessuna sentenza può sovvertire. Se infatti prendiamo i due principi fondanti le diverse decisioni vediamo che essi non sono opposti come paiono.
Da una parte la fede, per cui chi crede non può accettare che sia l'uomo a interrompere la vita. Omicidio di Stato: così da questo punto di vista può essere interpretata la decisione del tribunale che è una sentenza di morte. Il tribunale ha condannato a morte Eluana, al di là delle valutazioni mediche. E, in via di principio, ciò non è accettabile perché la nostra costituzione non prevede la pena di morte ordinata da un tribunale (che è cosa diversa da una morte stabilita per ragioni sanitarie. Profonda differenza come quella tra un tribunale e un ospedale). In una diversa luce non è morte ma fine di una sofferenza rispetto a una guarigione impossibile. Ma chi ha fede crede nei miracoli e non può escludere che ciò che non è accaduto attraverso le cure mediche possa accadere per l'intervento del Signore.
Dall'altra parte, la ragione. I miracoli non esistono, la scienza non legittima speranze; Eluana non potrà risvegliarsi. È vero, allo stato attuale delle conoscenze, rispetto alle quali soltanto un miracolo potrebbe cambiare la situazione, ma tutti sappiamo che la scienza si evolve e che ciò che non è possibile oggi potrà, con la ricerca, essere possibile domani. Dunque il tempo non favorisce il miracolo ma semplicemente l'evoluzione delle cure che potrebbero consentire, tra tre anni, quello che oggi non appare possibile. La scienza, proprio in nome della ragione avanza e trova nuove risposte e nuovi rimedi al male, e nessuno può escludere che si possa trovare una cura fino a oggi non conosciuta. Così le ragioni della fede e le ragioni della ragione non appaiono opposte e contrastanti, ma possono consentire quello che la morte impedirebbe per sempre. Chi crede in Dio spera nel miracolo, chi crede nella scienza non può porle limiti. Ecco perché il tribunale del popolo ha torto e lo Stato può concedere la grazia a Eluana, anche contro il desiderio del padre.