Il Comune offre 15mila euro ai rom che tornano a casa

<span class="maintitle">Rom, ora il rischio sfratto è per i volontari. E a don Colmegna che punta i piedi sull’assegnazione delle case risponde la Lega: &quot;Ci sono altre associazioni&quot;<strong><br />
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Purché tornino in patria, il Comune è pronto a sborsare fino a 15mila euro a famiglia. Per ora, è scritto nel dossier il­lustrato lunedì scorso al mini­stro dell’Interno Roberto Ma­ro­ni che ha stanziato al Comu­ne 13 milioni di euro per «alleg­gerire i campi nomadi», han­no accettato il percorso e l’as­segno del rimpatrio assistito solo 17 nuclei del Triboniano (costo, 255mila euro). Ma c’è speranza. E anche fondi a cui attingere, visto che alla voce «progetti di rientro assistito e accoglienza minori non ac­compagnati » sono scritti 570mila euro. A sorvegliare che i nomadi non intaschino l’assegno e prendano subito la via del ritorno ci penserà la fondazione Asvi,l’approvazio­ne del progetto è «subordina­to alla permanenza del nucleo nel Paese d’origine, alla fre­quenza scolastica dei figli, al­l’impegno nella ricerca del la­voro ». Non basta la parola d’onore delle famiglie del Tri­boniano, ma i conti su prezzo e fiducia vanno rimandati a fi­ne progetto. Che rientra nel pacchetto di interventi sociali concordati tra il prefetto-com­missario per l’emergenza no­madi, il ministero dell’Inter­no e il Comune. Quel fondo di 4 milioni (sui tredici comples­sivi) in cui rientra anche l’asse­gnazione di case e che ha già sollevato un polverone. Nean­che ieri si sono fermate le pole­miche. Dopo la retromarcia di Maroni lunedì scorso sulle 25 case ex Aler ai rom e la precisa­z­ione il giorno dopo del prefet­to Gian Valerio Lombardi che «undici sono già stati assegna­ti e lo stop non è retroattivo», ieri è il sindaco Letizia Moratti ha assicurato che sarà trovata una soluzione alternativa «an­che per chi ha già sottoscritto il contratto». Dopo aver parla­to con il prefetto «abbiamo concordato che troverà solu­zioni abitative che non siano quelle previste inizialmente in case del Comune. Nella riu­nione di lunedì con il ministro abbiamo detto no case Aler e no case del Comune, si deve andare avanti così come si è deciso». Le famiglie hanno già le chiavi in mano, per evitare gli sbarramenti dei centri so­ciali e disordini la parola d’or­dine è agire con calma e riman­dare gli allontanamenti in al­tri alloggi probabilmente si aspetterà che cali l’attenzione e il veleno delle polemiche. Ma se il presidente della Casa della carità don Virginio Col­megna, che ha preso in gestio­ne una parte degli alloggi e ha puntato i piedi contro la stra­da illustrata dal ministro (ieri si è limitato a ribadire che «sul­le assegnazioni non ci sono no­vità, aspettiamo con calma») dalla Lega arriva un avverti­mento. «Forse don Colmegna non ha più voglia di gestire i campi nomadi - afferma il ca­pogruppo ed europarlamenta­re del Carroccio Matteo Salvi­ni- . Se è così, ci sono tante real­tà del terzo settore o la Croce Rossa che hanno forse meno amici, meno soldi e meno ca­se pronte a operare bene e con una linea non politica». Riba­disce la strada indicata da Ma­roni, «no alle case popolari o comunali, si tornerà indietro anche sulle 11 già assegnate». Ed esclude ipotesi di ricorsi al Tar: «Sono case assegnate tem­poraneamente alle criticità». E mentre il vicepresidente re­gionale del Pd Filippo Penati provoca («se Maroni vuole co­mandare Milano si candidi a fare il sindaco al posto della Moratti») il vicesindaco Ric­cardo De Corato invita a «met­tere in soffitta personalismi e infruttuose polemiche e guar­dare all’obiettivo che si fa più vicino, quello dello smantella­mento del campo di Tribonia­no ».