Le intercettazioni che incastrano Arata

Secondo gli inquirenti, le prove in grado di incastrare Arata sono contenute nelle intercettazioni telefoniche captate durante i dialoghi che l'ex consulente leghista intrattiene con alcuni interlocutori

Nella lente d’ingrandimento degli inquirenti i suoi rapporti con il “re dell’eolicoVito Nicastri da un lato, così come dall’altro lato quelli riguardanti alcuni funzionari della Regione Siciliana corrotti per agevolare i propri progetti sull’eolico: sono questi i due binari delle indagini che portano all’arresto di Paolo Arata.

L’imprenditore ex consulente della Lega, è incastrato da alcune intercettazioni. Per quanto riguarda il primo fronte, emergono dialoghi con Manlio Nicastri, ossia il figlio di Vito: “Io nel 2015 ho dato trecentomila euro a tuo papà – si sfoga con lui al telefono Arata – Basandomi su un rapporto di fiducia ed è stato il più grande errore della mia vita. Era dicembre 2015 quando io vi ho dato i soldi”.

Secondo gli investigatori questa è una prova cardine dei rapporti tra Arata e Nicastri. Quest’ultimo è in carcere con la grave accusa di essere un finanziatore della latitanza di Matteo Messina Denaro, ultima primula rossa di cosa nostra. Per i magistrati Arata e Nicastri sono soci occulti, farebbero assieme affari nell’eolico cercando di influenzare anche la politica, così come dimostra l’indagine che porta alle dimissioni del sottosegretario Siri nelle settimane scorse.

Papà – parla ancora Arata riferendosi a Vito Nicastri, così come si legge nelle intercettazioni con il figlio di quest’ultimo – Mi ha fatto scrivere una carta che la società è sua al metà per cento... le carte ce l’ha dal notaio. Però non ha tirato fuori una lira, neanche di Solcara, ed erano soldi che mi dovreste dare quali soluzioni abbiamo adesso alla cosa? Ne abbiamo due di soluzioni... una, che io devo portare la tariffa al massimo livello, oggi in parlamento c'è la legge sulla ... eh... come si chiama... e non procedura, va be”.

Sull’altro versante invece, quello che riguarda la corruzione di alcuni funzionari della Regione Siciliana, anche in questo caso i magistrati si avvalgono di intercettazioni ancora dello stesso Paolo Arata: “Quanto gli abbiamo dato a Tinnarelli?”, chiede in una conversazione l’ex consulente leghista, riferendosi al dirigente della regione Alberto Tinnirello, finito ai domiciliari.

Lo si legge in un lancio dell’AdnKronos, che riporta altri stralci delle intercettazioni consegnate dalla Dda al tribunale del riesame: “Quello è un corrotto”, afferma a bassa voce in un’altra conversazione Arata, in riferimento al funzionario Giacomo Causarano il quale invece presta servizio all’assessorato Territorio ed Ambiente.

Si tratterebbe, sempre secondo gli inquirenti, di ulteriori riscontri sulle attività di corruzione di Arata il cui obiettivo è quello di costruire alcuni parchi eolici in Sicilia. E, come detto, il forte sospetto è che in queste operazioni operi quale socio occulto di Vito Nicastri.

Intanto sulla vicenda interviene anche il presidente della regione siciliana, Nello Musumeci: “Arata cercava complici – afferma il capo della giunta di Palermo a margine di una conferenza stampa di questo mercoledì mattina, così come riporta l’agenzia ItalPress Da noi ha trovato solo divieti. Sono orgoglioso di poterlo dire e sono orgoglioso dei miei assessori”.

Se dirigenti e funzionari saranno ritenuti responsabili devono marcire in galera, io butterei la chiave”, conclude poi il presidente Musumeci.

Commenti

seccatissimo

Gio, 13/06/2019 - 00:54

Mi sorprende che uno che ha delle "tresche" con un individuo incarcerato con la grave accusa di essere un finanziatore della latitanza di Matteo Messina Denaro, ultima primula rossa di cosa nostra, e che ha delle notevoli disponibilità finanziarie come risulta dall'articolo, si metta a parlare al telefono, in chiaro, di soldi dati, per che cosa poi ?