"Diamoci una mano": la Cisl dà 15 borse lavoro a donne vittime della violenza

Sei storie di donne italiane e straniere - ex prostitute, picchiate dai mariti, mobbizzate e maltrattate sul posto di lavoro - che ce l'hanno fatta grazie all'aiuto del sindacato. Perché un'altra vita è possibile

"Diamoci una mano... La violenza contro le donne. Storie di dolore e di salvezza" è una pubblicazione curata da Mario Cereda responsabile dell'ufficio stampa Cisl di Milano, nell'ambito di un progetto per l'erogazione di 15 (finora) borse di lavoro a favore di donne vittime di violenza domestica o ex prostitute.
"L'obiettivo di questa pubblicazione, per quanto semplice e sintetica - spiega Cereda - è di evidenziare quanto sia grave e diffuso il fenomeno della violenza contro le donne. A Milano e non solo. Violenza che si può manifestare in diversi modi: contro una giovane costretta a prostituirsi ai bordi di una strada o della propria moglie presa a pugni al riparo delle rispettabili mura domestiche".
Queste pagine raccolgono il racconto diretto di chi questi problemi li conosce bene o perché, con grande impegno, si batte contro di essi (le operatrici della cooperativa "La grande casa", suor Claudia Biondi della Caritas, Caterina Folli della "Casa delle donne maltrattate") o perché li hanno vissuti sulla propria pelle.
Cereda, infatti, racconta sei storie, derivate da sei interviste: quella di due ex prostitute-schiave (la nigeriana Isa e l'albanese Rosanna), di due donne vittime di maltrattamenti in famiglia (Maria, una 45enne scappata dal sud e dal marito violento dopo averlo sopportato per vent'anni e Rosa, un'albanese 33enne che "l'orco" l'ha trovato in Italia con un compagno prima dolcissimo e che poi la massacrava di botte), di una giovane africana, Jeanne, in fuga dal suo paese in guerra mentre era incinta e beneficiaria di una Borsa lavoro della Cisl e, infine la vicenda di Li, una 30enne di Pechino che, sfruttata all'interno di un laboratorio-scantinato cinese qui a Milano, lavorava 16 ore al giorno, senza quasi mai riuscire a vedere la luce del sole.
Racconta Li:"In quel laboratorio, se uno non rigava dritto veniva picchiato e non pagato. Era una vita terribile, insostenibile. Così, un giorno mi sono fatta coraggio e sono andata a raccontare tutto ai carabinieri, che mi hanno messa subito in un programma di protezione. L'ufficio stranieri del Comune di Milano mi ha poi presentato un'educatrice. Ho partecipato a un progetto che si chiama Accompagnamento Territoriale: non ho vissuto in una casa protetta, ma in un altro posto, sempre segreto. Mi sono messa a posto con i documenti e, tramite la Cisl, ho avuto la possibilità di fare un tirocinio lavorativo di sei mesi presso un ristorante. Che al termine di quel periodo mi ha assunta. Adesso sono contenta. Ho un lavoro stabile e regolare, non sono più clandestina. Vivo con altre mie connazionali, ma spero di farmi presto una casa mia. Voglio restare qui, non penso di restare in Cina. Vado in Cina una volta all'anno. Lì ho un figlio che vive con i nonni. Adesso va a scuola, ma quando sarà più grande voglio portarlo in Italia. A stare con me".
"Sono tutte storie diverse, accomunate da un senso di grande sofferenza, ma tutte con un lieto fine - conclude Cereda che ha partecipato ai lavori del Coordinamento Donne durante il quale si era posto il problema delle Borse lavoro per le ragazze che avevano un passato come prostitute o di violenza famigliare -. Storie di salvezza. Di dolore e di speranza. Di donne che, con un grande coraggio, hanno trovato la forza per ribellarsi alla violenza (tutte e sei hanno seguito percorsi di reinserimento sociale e in questo ambito quattro hanno avuto la possibilità di fare esperienze professionali attraverso le Borse lavoro messe a disposizione dalla Cisl di Milano). Le vicende narrate sono vere. Per esigenze di tutela delle persone coinvolte, sono stati cambiati i nomi e qualche particolare di troppo. Queste sei storie sono la dimostrazione che un'altra vita è possibile".