Due vedove al Colle possono fare il miracolo di un Paese riconciliato

Su invito del presidente Napolitano per la prima volta si troveranno di fronte le mogli di Calabresi e Pinelli <br />

Domani al Quirinale Giorgio Napolitano si troverà di fronte due donne che non s'erano mai incontrate prima: Licia Rognini e Gemma Capra. La prima è la vedova dell'anarchico Giuseppe Pinelli, che morì precipitando da una finestra della questura di Milano tre giorni dopo la strage di piazza Fontana; la seconda è la vedova del commissario Luigi Calabresi, accusato ingiustamente di essere il responsabile della morte di Pinelli, e assassinato sotto casa il 17 maggio 1972.
Le due donne s'incontreranno nel corso della Giornata della memoria delle vittime del terrorismo, che quest'anno è dedicata al ricordo delle tanti stragi di quel tempo tremendo, e a quella di piazza Fontana in particolare. S'è sempre detto che quella bomba fece sedici morti. Ma non è vero.

Ne fece diciotto. Anche Pinelli fu vittima di quella strage: quale che sia la verità sulla sua fine (suicidio, come disse allora il questore; omicidio, come disse una violentissima campagna di stampa, e come noi non crediamo minimamente; malore, come stabilì alla fine il giudice Gerardo D'Ambrosio) quale che sia la verità, dicevo, non c'è dubbio che senza la strage di piazza Fontana Pinelli non sarebbe finito in un simile vortice.

Naturalmente, se Pinelli fu la diciassettesima vittima della strage, la diciottesima fu Calabresi. Contro ogni evidenza e contro ogni logica il giovane commissario venne accusato di aver buttato giù Pinelli dalla finestra, e Dio solo sa quale poliziotto potrebbe essere così pazzo da voler ammazzare qualcuno in quel modo e in quel posto, peraltro affollatissimo di cronisti. Dopo quasi tre anni di calunnie urlate nei cortei, ma soprattutto diffuse a mezzo stampa e a mezzo intellettuali engagé, qualcuno - estremisti di Lotta continua, secondo la sentenza - si sentì investito del ruolo del giustiziere e freddò Calabresi sparandogli alle spalle.

Ora, la presenza dei familiari del commissario alla Giornata della memoria non è una novità (non è neppure un'ovvietà, visto che per decenni la famiglia Calabresi fu lasciata vergognosamente sola; comunque, almeno per quanto riguarda gli ultimi anni, non è una novità). La presenza di Licia Pinelli invece la è. E qualcuno potrebbe storcere il naso. Potrebbe obiettare che, inserendola nell'elenco dei familiari delle vittime del terrorismo, si certifica in pratica la tesi dell'omicidio, smentendo quella della caduta accidentale, stabilita dalla magistratura dopo un'infinità di indagini.

Non è così. Perché sia giusto considerare anche Pinelli una vittima del terrorismo, lo abbiamo già spiegato. Ma c'è un altro particolare, tutt'altro che secondario, che dà un significato profondo - e speriamo fecondo - a quel che avverrà domani. L'incontro tra le due vedove è stato preparato, concordato, meditato e naturalmente accettato non solo da Licia Pinelli, ma anche dalla famiglia Calabresi. Per un misterioso incrocio del destino, oggi Mario Calabresi (il primo dei tre figli che Gemma Capra ebbe dal commissario) è direttore del quotidiano La Stampa e ieri, sul suo giornale, ha intervistato il presidente Napolitano proprio per spiegare che cosa si vuol dire, domani, con quel gesto.

Si vuol dire soprattutto che è giunta l'ora di «chiudere un'epoca di contrapposizione», ha detto Napolitano. Che è giunta l'ora della riconciliazione; l'ora in cui la notte va spinta più in là, per dirla come il titolo del libro scritto un paio d'anni fa da Mario Calabresi. Credo, senza nulla togliere alle altre vittime del terrorismo, che nessuna famiglia abbia fatto tanto, per «spingere la notte più in là», della famiglia Calabresi. Credo anche che i sociologi, i politologi, gli storici eccetera facciano fatica a comprendere quanto la vita ordinaria e quotidiana di una donna semplice, minuta e discreta come Gemma Capra possa incidere sulla storia, alla fine, più di tanti convegni e tante leggi. Gemma Capra, trentasette anni fa, si trovò all'improvviso non solo vedova e con tre figli, uno dei quali in grembo; ma sola, terribilmente sola, in un'Italia che ancora odiava - o nel migliore dei casi aveva in sospetto - il suo cognome. Eppure, quella donna ha educato i figli a non serbare risentimento, a non cercare vendette.

La riconciliazione appartiene forse alla dimensione del miracolo, ma senza riconciliazione non si possono superare i fantasmi e non si può vivere. Neanche un Paese può vivere. La cerimonia di domani è un passo importante verso questo miracolo necessario. Nel colloquio con Mario Calabresi sulla Stampa, il presidente Napolitano ha detto due cose importanti, anzi fondamentali. La prima è che lo Stato riconosce che in tante stragi ci furono depistaggi gravi di una parte del suo apparato; e quindi - questo valga anche per noi del Giornale, che all'epoca contrastammo certe «controinchieste» della sinistra - va riconosciuto che quelle controinchieste che parlavano di «strage di Stato» erano sì faziose e violente, ma non del tutto infondate. Del resto l'aveva intuito già lo stesso commissario Calabresi, che sulle indagini per la strage di piazza Fontana confidava alla moglie il suo sospetto: «Manovalanza di sinistra, menti di destra».

La seconda cosa importante detta ieri da Napolitano è che, però, «gli anni di piombo non possono essere considerati come una conseguenza della strage del 1969». E questo fa cadere l'alibi con cui molta sinistra ha, per decenni, in qualche modo giustificato la nascita del brigatismo.

Quando finisce una guerra (e quella degli anni Settanta fu una guerra; inutile che si dica che non lo fu: lo fu eccome) occorre che a un certo punto ciascuno riconosca i propri torti e le altrui ragioni. Bisogna riconoscere che anche Pinelli fu una vittima e che Calabresi era innocente; che lo stragismo fu anche «di Stato» e che il terrorismo rosso ci sarebbe stato comunque. I tempi sono ormai maturi per mettere da parte gli irrigidimenti ideologici.