L'Arabia minaccia: petrolio a quota 200 con le sanzioni Usa

Riad non esclude di chiudere i pozzi Una manovra da recessione globale

Qual è il vero volto dell'Arabia Saudita? L'uccisione, nel consolato saudita di Istanbul, del giornalista Jamal Khashoggi sembra indicare che Riad abbia qualche problema con la verità. Con ripercussioni non solo di natura diplomatica, ma anche economica. Un Donald Trump «molto arrabbiato» e che ha definito «bugie» la ricostruzione dei fatti da parte di Riad, ha promesso «una punizione severa» se verrà accertata la loro responsabilità nell'omicidio. Insomma: la Casa Bianca starebbe considerando l'opzione di colpire i sauditi, alleati storici, con l'arma delle sanzioni. Una minaccia non ancora esplicitata che ha però già messo sul chi vive i mercati, dove ieri però il Wti è rimasto stabile attorno ai 69 dollari e il Brent fermo a 79,6 dollari.

Il timore è che oltre ai barili iraniani che verranno sottratti all'offerta a partire dal primo novembre proprio in seguito alle sanzioni Usa, si possa determinare un ulteriore deficit di greggio dal versante dell'Arabia. Preoccupazioni alimentate da un servizio di Turki Aldakhil, a capo della tv pubblica Al Arabiya, secondo il quale i prezzi del petrolio potrebbero schizzare fino a 200 dollari il barile se Washington deciderà di usare il pugno di ferro. In quel caso, Riad non esiterebbe a chiudere i rubinetti della produzione provocando uno choc energetico paragonabile a quello degli anni Settanta. Le conseguenze sarebbero devastanti per l'economia globale. Ma non solo. Aldakhil ha prefigurato uno scenario da incubo: l'Arabia, tradita dagli Usa, spalancherebbe le porte alla Russia, con cui già condivide l'intesa sul contenimento dell'output, permettendo a Mosca di impiantare basi sul suo suolo; inoltre, i contratti miliardari con le imprese Usa di armamenti verrebbero stracciati per poi firmarne di nuovi con Cina e Russia. Insomma, roba da scardinare i rapporti di potenza che hanno finora governato il mondo.

Terrorismo psicologico? Forse. Di fatto, il ministro saudita dell'Energia, Khalid al-Falih, si è affrettato ieri a smentire il servizio di Al Arabiya. Sottolineando come «non sia intenzione» dell'Arabia innescare una crisi energetica. «La politica petrolifera - ha aggiunto - è stata sempre isolata dalla politica», e il Paese «lavora per stabilizzare i mercati mondiali e aiutare la crescita». Resta, tuttavia, insolito che un giornalista assai vicino al regime prenda, senza esserne autorizzato, l'iniziativa di minacciare un embargo petrolifero. Un cigno nero, mortale anche per la stessa Arabia alle prese con un buchi miliardari nei conti pubblici.

Per ora, Washington non affonda il colpo. «È prematuro discutere di sanzioni finchè le indagini non saranno completate», ha detto il segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, in procinto di imbarcarsi per Riad dove discuterà delle misure contro l'Iran, ma senza prender parte alla conferenza di oggi, la «Davos nel deserto», che sarà disertata da molti Paesi.