Il gallerista Tadini condannato a tre anni

Si può uscire soddisfatti da un processo in cui si è stati condannati per avere cercato di portarsi a letto una ragazzina di quindici anni e per avere archiviato nel computer immagini di bambini violentati e torturati? Difficile crederlo. Eppure ieri il gallerista Francesco Tadini, appena condannato a tre anni di carcere per pedopornografia e tentato stupro, commenta la sentenza come una vittoria: perché il giudice preliminare Giuseppe Vanore lo ha assolto dalle accuse peggiori, quella di avere avuto davvero rapporti con la ragazzina, e di avere richiesto alla gang degli sfruttatori di fornirgli bambini addirittura tra i 3 i 10 anni. Non era quella di Tadini, dice la sentenza, la voce intercettata dalla Squadra Mobile mentre avanzava la orrenda richiesta alla banda.
L’arresto di Tadini aveva creato scalpore: per la notorietà del personaggio, titolare di una importante galleria d’arte, e soprattutto per quella di suo padre, Emilio, uno dei più imporanti pittori italiani degli anni finali del Novecento (un cui affresco, d’altronde, adorna anche un’aula del Palazzo di giustizia). Le indagini del pm Sangermano avevano tracciato l’identikit di una personalità profondamente deviata, attratta in modo irrefrenabile dal sesso e dalla violenza con i bambini. Dice ora Tadini: «Sono felice di aver dimostrato di non aver mai chiesto bambini dai 3 ai 10 anni e di non aver mai avuto un rapporto con una prostituta minorenne. In questi mesi sono riuscito a sopravvivere grazie alla mia compagna, con la quale vivo da nove anni, che non ha mai creduto che fossi un sadico pedofilo, e grazie agli amici che mi hanno scritto e sostenuto. La condanna di oggi non è nulla rispetto alla condanna pubblica e morale che ho subito per azioni che non ho mai commesso. Mi hanno distrutto pubblicamente e azzerato la vita e gli affetti». Ma i fatti che la sentenza ha ritenuto provati non sono esattamente bazzecole.