Il "giudice" Travaglio bacchetta la Boccassini per difendere Ingroia

Il vicedirettore del <em>Fatto </em>contro la pm di Milano, rea di aver detto: &quot;Io non avrei dato credito a Ciancimino&quot;. Travaglio dà lezione a Ilda, ma lo fa con toni pacati rispetto a quello utilizzati per attaccare il Cav e i politici. Chissà come mai... 

"Io non avrei mai dato credito a chi collabora a distanza di 17 anni". E' bastata questa frase, pronunciata dalla Boccassini in riferimento a Ciancimino jr., per far scattare dalla sedia il vicedirettore del Fatto e stimolarlo a vergare un editoriale dal titolo "Prescrizione brevissima". Ma l'articolo di Travaglio, questa volta non si occupa di massacrare Berlusconi, il governo o qualche politico. Prende di mira lei, Ilda Boccassini e quindi occorre scegliere le parole con tutte le cautele del caso. "Frase piuttosto bizzarra - scrive Travaglio - e non perché Ciancimino vada preso per oro colato. Ma perché la frase sembra denotare per lo meno una scarsa conoscenza dei fatti". Inizia così il dolce attacco nei confronti del procuratore aggiunto di Milano.

Ma è la pacatezza dei toni dell'articolo che colpisce più di ogni altra cosa. Perché se Travaglio ci ha abituato a un lessico non proprio tradizionale, qui diventa quasi gentile. Nessuna storpiatura di nomi, nessuna offesa velata o dichiarata. Per fortuna, Travaglio non si esime dal fare la consueta lezioncina di diritto e procedura penale. Nonostante abbia come destinatario del suo messaggio una che di legge dovrebbe saperne più di lui, quantomeno per esperienza sul campo. E dice: "Ciancimino non "collabora" con la giustizia, infatti non è mai stato associato a un programma di protezione né l'ha mai chiesto. Non si è mai "pentito" di nulla, non ha mai confessato reati (...) E' il classico testimone imputato per reati connessi e, come tale, non ha l'obbligo di dire la verità". E poi ancora: "Dice la Boccassini: ha parlato a 17 anni di distanza, quindi non è credibile. A dire il vero ha parlato quando glielo hanno chiesto". Critiche che sembrano celare una presa di posizione a difesa del procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia, e del figlio dell'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, Massimo, le cui dichiarazioni sono state spesso strumentalizzate e inserite in base alla convenienza nel circuito mediatico-giudiziario.

Alla fine il vicedirettore del Fatto lancia la sua stoccata finale alla Boccassini e lo fa scavando nel passato della pm e confrontando il suo operato a proposito del racconto di Stefania Ariosto del '95 sulla presunta corruzione al Palazzo di Giustizia di Roma. "La Boccassini - scrive Travaglio - si guardò bene dal mandarla via. Anche se raccontava vicende accadute dieci anni prima o più...E meno male che all'epoca non s'era ancora fatta la strana idea che chi collabora a distanza di anni è di per sé inattendibile. Altrimenti la Ariosto sarebbe finita in carcere per calunnia e Previti sarebbe ancora ministro". Peccato solo che adesso l'accusa di calunnia pluriaggravata penda su Massimo Ciancimino. Insomma, l'operato di un magistrato per Travaglio non si tocca, a meno che non contrasti con quello di un altro collega, vedi Ingroia. Ma anche in questo caso, Travaglio si fa cortese e garbato, non sputa veleno e opta per una critica leggera. Chissà come mai...Forse perché sta parlando pur sempre di un magistrato?