Il grande amore del «Signor Scala»

Antonio Ghiringhelli fu sovrintendente del teatro piermariniano per 27 anni, «senza mai avere uno stipendio, gettoni di presenza o indennità».

Valeria Pedemonte

Antonio Ghiringhelli era un dittatore assoluto, ma alla Scala, tutti – dico tutti – lo perdonavano, lo stimavano e gli volevano bene per il grande amore, privo di interessi materiali, che egli nutriva per il teatro milanese.
La Scala, per la cui ricostruzione, dopo il disastroso bombardamento del 1943, Ghiringhelli, con l’aiuto dell’allora sindaco di Milano, Antonio Greppi, in una città ferita dalla guerra, anticipò molte delle ingenti spese per superare la lentezza della burocrazia e restituirla al più presto ai milanesi.
Tutto questo e molto altro, racconta Vieri Poggiali nel libro «Antonio Ghiringhelli, una vita per la Scala» edizioni Quattroventi. (Quaderni della memoria, collana diretta da Emilio Pozzi).
Premette l’autore: «Il pragmatismo effervescente di Antonio Ghiringhelli – allora, come sempre durante i 27 anni di sovrintendenza alla Scala – seppe superare di slancio gli ostacoli. Anche adottando talora modalità del tutto inusitate, a livello di istituzioni pubbliche, che lasciarono a suo tempo stupefatti tutti».
La figura di Antonio Ghirighelli appare chiara in un appunto biografico scritto nel 1969, dallo stesso sovrintendente e riportato dal Poggiali: «Per tutto il lungo periodo che va dal 1945 ad oggi, io non ho mai avuto uno stipendio, né indennità, né gettoni di presenza. Non mi sono neppure valso delle piccole cose della Scala: non ho mai avuto a mia disposizione automobili o autisti dell’Ente. Ho certamente trascurato i miei interessi personali. Ho vissuto tutti questi anni soprattutto per servire ed essere utile ad una grande istituzione che onora Milano ed il Paese».
Quegli anni – oggi – sembrano lontanissimi, ma nel libro, l’autore li fa rivivere fino a farli apparire attuali e, a testimonianza della verità, porta articoli dedicati al «Signor Scala» da Emilio Radius, Dino Buzzati, Giorgio Bocca, Alberto Cavallari, con riflessioni di Paolo Grassi e Mario Pasi.
Nel libro si parla di Antonio Ghiringhelli, ma principalmente, e sempre, del suo grande amore per la Scala. Qui si ricostruisce la storia, anche aneddotica del mitico sovrintendente, anche attraverso la testimonianza di chi l’ha conosciuto.
Scriveva a questo proposito Giorgio Bocca nel 1963: «E’ stato il sovrintendente a vita, sopravissuto a cinque direttori artistici e chissà a quanti divi della bacchetta e del canto. Questo cugino di Don Gnocchi (la somiglianza fisica è impressionante, ndr), mistico a suo modo, a cui Milano deve essere grata: è merito suo se la Scala è ora la “più perfetta macchina musicale del mondo”».
L’analisi di Vieri Poggiali sul personaggio è condotta in parallelo su doppio binario: scoperta dei valori della managerialità in un grande teatro famoso nel mondo e rievocazione degli eventi artistici più significativi – e sono molti – in un periodo ricco di fatti, tra cronaca e storia. L’autore del libro, il milanese Poggiali, cresciuto in una famiglia musicofila, è sempre stato appassionato di musica lirica, nonché assiduo frequentatore della Scala. Il suo amore per il teatro lo dimostra con una documentazione ricca ed ineccepibile.
Dal libro si evince che, diplomatico ed intelligente, Antonio Ghiringhelli, seppe proporre i grandi interpreti del tempo, fossero questi direttori d’orchestra, grandi cantanti o insuperati registi.
Allora tutto questo era possibile. Si opporrà che erano altri tempi? Forse, ma la lettura del libro farebbe bene a molti uomini di teatro, ma anche ai politici. Non per niente Antonio Ghiringhelli fa parte della storia non solo della Scala, ma dell’intero mondo della musica.

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