La sentenza Marchionne

Tasse troppo alte, costo del lavoro non concorrenziale, burocrazia che rende tutto pesante, lento, macchinoso: è come camminare nel fango

La sentenza che l'Italia sta aspettando non arriva dalla Cassazione. È più veloce, netta e senza attenuanti. Sotto accusa c'è quello che siamo, la nostra economia, la politica, il sistema Paese, la burocrazia, il futuro. Il giudice non ha la toga, ma è un signore che deve scegliere come e dove investire. Si chiama Sergio Marchionne. È l'amministratore delegato della Fiat e dice ai suoi connazionali una verità amara: se a decidere fosse solo la ragione, e non il cuore, non c'è nessun motivo per fare impresa qui in Italia. Non è più possibile. È un gioco a perdere. Tasse troppo alte, costo del lavoro non concorrenziale, burocrazia che rende tutto pesante, lento, macchinoso. È come camminare nel fango. È andare sempre contro vento. La tentazione di andare via è forte. La Fiat sta pensando seriamente di produrre l'Alfa Romeo dove conviene, dove si respira, dove c'è futuro.
Il giudizio di Marchionne non è isolato, non è il pensiero di un bastian contrario. Non è neppure un ricatto. È quello che pensano moltissimi imprenditori. E chi resta a produrre qui lo fa solo per ragioni metaeconomiche: per amor di patria, per i figli e per i padri, per gli operai. Non certo per i numeri.
Eppure l'Italia continua a ignorare questo pensiero, questa necessità. Così mentre l'impresa condanna questo luogo e questo tempo, e sogna l'estero, i giudici con la toga preparano la sentenza Berlusconi. Il problema è lui, il capo del partito liberale, l'uomo che continua a ripetere che l'Italia senza spirito d'impresa è senza futuro. L'ultimo punto di riferimento per chi non vuole un'Italia schiava della burocrazia europea.
Il procuratore generale della Cassazione, nella sua requisitoria finale ha dovuto ammettere che c'è stato un eccesso di entusiasmo dei giudici di Milano nell'attribuire a Berlusconi cinque anni di interdizione, ma la condanna rimane. Il Cavaliere deve essere messo fuori dai giochi, con una sentenza traumatica, che spezzi ogni possibilità di intesa e renda impossibili le riforme di cui c'è urgenza e necessità. Resta la sentenza di Marchionne. Non è un appello. Non è una Cassazione. Non è un ultimatum. È lo sguardo di un uomo che ha perso ogni speranza sul futuro del suo Paese. Chi è pronto a festeggiare contro Berlusconi, pensi alle parole di Marchionne. Ma anche questa volta non le ascolterà. Non le capirà.

Commenti

isolafelice

Mer, 31/07/2013 - 17:30

Renault, Peugeot, tutto il gruppo VAG VolksWagen, Seat, Skoda, Audi, Toyota, Nissan e tutte le altre marche che vi vengono in mente. Quanti di questi producono anche in Italia? Nessuno. E perchè? Eppure producono in diverse altre nazioni, comprese quelle in difficoltà come la Spagna. Probabilmente solo noi abbiamo sinistrati veterocomunisti come Landini e Camusso che non hanno ancora capito che il novecento è finito da un po' e che nel 1989 è caduto un certo muro.