Lanaro, l’intima materia ricostruita dalla pittura

In mostra alla galleria Ponte Rosso trenta opere dell’artista veneziano

Luciana Baldrighi

La luce pittorica del silenzio dei quadri di Dino Lanaro colpisce inaspettatamente il visitatore che lo pone in una posizione di meditazione. Le sue campagne, fattorie, fornaci, campi ricchi di neve, tramonti, filari di pioppi sono la prova di una pittura sentita, limpida capace di celebrare la natura e contemporaneamente il silenzio esistenziale. Sono luoghi disabitati a volte anche volti assorti che comunicano un senso di «metafisica solitudine».
Il catalogo che accompagna la mostra - titolo «La luce del silenzio» - di questo tradizionale pittore figurativo nato a Schio nel 1909 e milanese di adozione, è a cura di Marina De Stasio la quale riprende una frase di Carlo Carrà che aveva usato come critica nei confronti del lavoro di Lanaro: «La schietta impostazione plastica, fatta di umiltà e di purezza, conferisce alle forme una ritrovata catarsi stilistica modernamente classica», un modo per sottolineare l’assenza di componenti intellettualistiche insieme alla schiettezza dell’ispirazione.
Lanaro ha sempre sentito la pittura come un dovere da compiere, un impegno etico. In una mostra del 1940 in uno scritto dell’autore si capisce il significato della sua arte: «Ogni fatto dipinto l’ho in me sgretolato e distrutto per ricostruirlo fatto di colore puro. I miei cieli plumbei, i carrelli rossi, le mie piante, le mie mura rosse, le mie figure non le ho più viste costruite dalla materia di cui sono nella loro realtà chimica, ma le ho viste fatte di colore, cioè il colore di esse per me non è più stato la loro veste ma è stata la loro materia più intima».
Da buon veneto, Lanaro usa sapientemente il colore e lo modella attraverso la luce. «La vera arte non ha tempo e non ha storia ed esprime un qualcosa di eterno e universale dello spirito», in questo senso fa propria la lezione di Cézanne, di cui vediamo in mostra «Paesaggio con nudi», un olio del 1942 che ricorda una delle prime tele del pittore francese, e «Paesaggio in collina», un delicato acquarello del 1938 simile a una delle ultime ricerche proprio di Cézanne.
Trenta opere che esprimono la costruzione atonica del colore che contribuisce a trasformare tutto in silenzio. Nulla è definibile nella sua ricerca proprio ai tempi in cui apparteneva al Movimento «Corrente». Amico di Tosi, Carpi, Buzzati, Carrà, Don Pisoni, Cortina, Ballo, Bailo, Cassinari, Sassu, Manzù e Treccani, Lanaro che in realtà nacque a Malo in provincia di Vicenza ma che prima di trasferirsi a Milano visse la sua infanzia a Schio imparò la tecnica della litografia nel Veneto e lavorando come cromista scoprì l’interesse per il colore che divenne la ricerca centrale della sua pittura. È morto a Milano nel 1998, una bella fotografia lo ritrae nel suo studio del capoluogo lombardo mentre esegue una copia dal vero, una natura morta.