Cronaca di una giornata della Memoria sempre più presente

Un corpo carbonizzato nelle campagne di Novate. Immaginai che si chiamasse Anna e scrissi una testimonianza in onore del suo nome

Ritrovamento di un cadavere carbonizzato in un campo alla fine di Via Trento Trieste a Novate Milanese

«C’è un cadavere carbonizzato».

«Dove?».

«Nella campagna di Novate Milanese».

«Uomo o donna?».

«E’ un moncherino, non si può capire. E’ stato inviato all’stitituto di medicina legale di Milano».

Al telefono la voce del carabiniere di Rho è l’ultimo suono che sento in redazione. Avevo già spento le tv, parte delle luci, anche la mia curiosità non era più tra i fogli di appunti scritti a mano, i mazzi dei giornali, le foto appese ai muri e sorridenti sulla scrivania, la mia micia avvolta in una coperta azzurra, mio marito, la mia migliore amica, uomini e donne che amo e di cui non voglio dire il nome.

La curiosità un po' assonnata era scesa in strada sotto un lampione nella notte dolce alla ricerca dell’ultima quiete, sicura che alle 23.30 non ci fosse più nulla da mettere in pagina. Il Giornale era compiuto, ma nulla può placarsi nella pace di un reale compimento: se la vita brulica, la morte incede, è la legge, e il cadavere carbonizzato doveva cambiare la pagina otto della Cronaca di Milano all’ultimo secondo.

Era tardi, dovevo scrivere la notizia in fretta, il Giornale voleva la sua pagina. E se non avessi scritto nulla? Solo il titolo e poi uno spazio bianco: venti righe assenti, senza testimonianza, proprio nel giorno della Memoria. Il titolo c’era: non avremmo «bucato» la notizia, come si dice in gergo, ma la Memoria sì, quella avrebbe avuto un buco.

Era un uomo o una donna così consunto da non poterne accertarne l’identità; ancora una volta in quel silenzio nero come l’inchiostro, quello che impedisce di salvare un essere umano, un corpo era passato dal camino dell’odio. I carnefici avevano potuto non darne memoria, di farne un reperto assente su una pagina bianca, ma quella telefonata era arrivata in redazione. Se non avessi scritto insieme avrei messo al rogo anche la carta; mettevo al rogo la pagina di un diario dell’unanimità contemporanea della vita che ha un suono: mentre emetto un respiro almeno un uomo muore e un bambino nasce, questo è il presente della mia memoria, che sa che i campi di concentramento i sono anche oggi ma io, eppur giornalista, non posso raggiungerli. Li vedo quando i detenuti sono uccisi in diretta.

Avrei cancellato quel delitto due volte. Così facendo non solo ignoravo l’assassinio, ma toglievo a un essere umano la possibilità di essere stato un nome. Immaginai che si chiamasse Anna e invece di scrivere la cronaca del fatto, così come mi era stato narrato dal capitano dei carabinieri di Rho, scrissi una testimonianza in onore del suo nome.

«Cara Anna, nella Bibbia sta scritto che è la madre a scegliere il nome, perché nel momento della nascita lo sente, intuisce la parola unica da dare al figlio. Tu sei morta arsa proprio nella giornata della Memoria, in cui ricordiamo una lunga fila di donne e uomini arsi nelle camere a gas. Uscivano dal fumo di un camino come alberi che non avevano il diritto di mettere radici sulla terra, anche se la terra esiste per dare ad ogni pianta il suo posto, essendo la terra un magnifico giardino. Perché ti hanno reso un essere tanto sfigurato da non poter avere una tua identità nella morte? Un nome? Tu oggi sei la Memoria nella Memoria, dici che ogni giorno i campi di concentramento, che noi crediamo cancellati, si ripetono in un campo di grano vicino a casa, perché è lì che un passante ti ha trovata. E tutto questo perché l’uomo non ricorda.

L’odio, a differenza dell’amore, è mancanza di memoria. Quando ti hanno messa al rogo, chi l’ha fatto, non si è fermato a ricordare che sei stata bambina, come il tuo carnefice, che uccidendoti ha ucciso non solo la tua ma anche la sua infanzia. Se rifiutiamo la Memoria, noi rifiutiamo l’infanzia. Il genocidio è l’assassinio del primo gene in noi, il gene che ci rende uguali in una sola, tenera manifestazione: il nome che un madre sceglie quando apre le sue gambe, come una porta magica, per farci passare dall’acqua del suo corpo all’onda della vita. E lei ci chiama: Anna, Isacco, Carmela, Ariel, Luigia, Alfredo, Monica, Donatella, Massimo, Marina, Adolfo, Marisa, Vittorio, Francesca, Ottavia, Federico, Otto, Elisabetta.

Quanto amore nella ricerca di quel nome, individuato con un’attenzione piccola, segreta, tenace, sorridente e regale. E’ la prova che non nasciamo a caso, perché anche questo conosce l’amore a differenza dell’odio: la luce ha un nome, le tenebre non l’hanno. Nella luce ti incontri e dici: guarda là, in fondo alla via, c’è Gregorio che mi aspetta. Nell’oscurità vedi solo un’ombra e non sai il suo nome. Si dice che Dio stia nel nome perché Dio sta nell’amore, e l’amore è la felicità di pronunciare lettere che sono uniche, irripetibili, suoni che corrispondono al battito del cuore.

L’odio non ricorda la voce di una madre e di un padre che da bambini ci chiamavano. Elena dove sei? Elena mangia. Ogni frase che inizia con un nome non ha un significato se non il verbo d’assoluto amore che un nome è. Senza che la madre esprima nulla, il bambino sa ciò che gli vuol dire solo nell’intonazione di voce nella pronunciare Marco, Giovanna, Anastasia, Zeno. Chi ti ha bruciata, cara Anna, non ha dimenticato solo il tuo nome, ma ha cancellato a anche il suo. Ad ogni giornata della Memoria dovremmo dare una nome a tutti quelli che sono morti anonimi.

Dovremmo essere i loro padri e madri che dicono: non so chi fosse quell’uomo morto ad Auschwitz, ma io lo chiamo Isacco: colui che ride. Questo è il mio modo d’amare per ricordarlo, per dire a tutti che Isacco e’ stato un bambino, con la sua gioia e il suo dolore, esattamente come lo sono stata io.

Cara Anna, Anna Frank scrisse alla fine del suo Diario: e penso a chi avrei potuto e voluto essere se non ci fossero stati altri uomini al mondo. E’ una delle mie frasi preferite. Tu Anna chi avresti voluto essere da grande quando eri bimba? Gli uomini che ti hanno bruciata se avessero ricordato per un attimo quale fosse il loro sogno di bimbi, forse non ti avrebbero ucciso. Fa che la tua morte serva a ricordare a noi tutti questo. Il nostro nome. Grazie Anna d’essere stata tra noi, che la sofferenza della tua morte ci dia di te un nome indimenticabile».

Il giornale non aveva più un buco bianco ora. Tutto era compiuto con amore e mandai in pagina, piangendo, prima che la notte dolce mi chiamasse con il mio nome, quello che diamo alle stelle affinché brillino di più e non ci lascino al buio.