Dai jeans alla robotica: la rivoluzione di Mantanus riparte dall'elettro-Bach

Il direttore che scuote le platee della classica: «Sebastian e l'elettronica un incontro visual»

Luca Pavanel

Almeno tra quanti seguono le vicende della musica d'arte, alzi la mano chi non ricorda le ultime gesta del pianista-direttore-compositore svizzero belga Matthieu Mantanus, lo stesso che ha lanciato una sfida che dietro aveva un ragionamento più o meno così: «Troppa distanza psicologica tra la scena, i professori e il pubblico. Basta, dirigo in jeans» (da qui la nascita della Jeans Symphony Orchestra, grande successo di pubblico). Ora dopo una serie di altre idee molto suggestive - come «Intimacy» - lui al pianoforte immerso in una scenografia di immagini e musiche mozzafiato - ora torna in scena col progetto «BachBox» (a Base a Milano da domani sera a domenica), uno spettacolo che prevede l'incontro i capolavori del grande Sebastian e l'elettronica.

«Sono arrivato a un punto - spiega Mantanus - in cui ho deciso di andare oltre, affascinato da mondi che come musicista classico non conoscevo, come quello dell'elettronica, una prateria sterminata». Se si va a rovistare nel passato di questo musicista che oggi si presenta in maniera «meno ortodossa» di molti altri suoi colleghi, si scopre che è stato assistente di un personaggio di prima grandezza come Lorin Maazel e direttore associato del suo Festival Castlen in Virginia. Insomma, come si dice: non bruscolini. Poi l'esigenza di mollare le ancore per altri lidi, che alla luce dei fatti prodotti, sono inesplorati anche per il pubblico.

«In BachBox - va nel dettaglio il compositore - con il mio computer mi immergo nei visual dell'artista Sara Caliumi per un viaggio crossover tra la destrutturazione delle variazioni bachiane, le immagini, i suoni e i rumori delle nostre vite iper-connesse». A colpo d'occhio un genere nuovo.

Una visione che ti aspetteresti da uno «smanettone», non da uno fino a ieri impegnato a muovere la bacchetta davanti a un ensemble. Ma a volte una parola, una frase possono cambiare tutto. «Tu credi davvero che chi ama l'elettronica non conosca Bach?», qualcuno gli ha chiesto lasciandolo un po' di stucco. Mantanus ci ha pensato su e alla fine ha deciso di rispondere alla sua maniera, con la ricerca e una riflessione sull'intelligenza artificiale: «Ho scoperto nell'elettronica uno strumento, una chiave verso un mondo senza regole con tutto a portata di mano». Questo gli ha risvegliato «una creatività sepolta dai tempi dell'adolescenza». Risultato: il suo nuovo viaggio, che parte da «un mostro sacro che forse più di altri ha contribuito a strutturare la musica occidentale». Già, il kappelmeister, in particolare la «Partita BWV 825». Va da sé che oggi come oggi risulta difficile «classificare» Matthieu Mantanus, prima «solo» valente bacchetta delle sale concertistiche. Adesso appare come un nuovo e giovane pioniere, anche sul piano della «comunicazione», perché tra le questioni che mette in cima c'è quella di aiutare il pubblico a capire, a incontrare al meglio la sua musica. Un discorso che piace pure in ambito accademico: non a caso a giugno il suo spettacolo sarà ospite dell'Art Night di Venezia, nel cortile dell'Università Ca' Foscari.