Dall'«esilio» agli alberi Quell'amore-odio tra il maestro e la città

Milano sa offrire grandi serate di classica, vedi quella di sabato scorso coi Wiener diretti da Riccardo Chailly. Fu però un appuntamento speciale, storico, quello del 30 ottobre 2012, alla Scala. Claudio Abbado, direttore e senatore scomparso ieri mattina, a Bologna, tornava dopo 26 anni di assenza, una separazione colmata da due incursioni, ma alla testa dei Wiener e dei Berliner. Quello era un giorno a lungo atteso e rimandato. Il Maestro tornava nella città in cui era nato (il 26 giugno 1933), aveva studiato e in un teatro diretto dal 1968 al 1986: l'anno in cui si consumò lo strappo definitivo. In quei 26 anni, Abbado aveva diretto i Wiener, i Berliner ereditati da Herbert von Karajan, cioè le Ferrari delle orchestre, aveva fondato orchestre e lanciato giovani bacchette (Harding, Ticciati, Dudamel, Matheuz), aveva subito il fascino di Cuba e poi del Venezuela sposando la causa di orchestre intese anche come riabilitazione di ragazzi provenienti da famiglie indigenti. Fu Daniel Barenboim a convincerlo a tornare a Milano. A far breccia nel cuore di Abbado era poi l'idea di dirigere la Filarmonica della Scala che aveva fondato trent'anni prima. Non venne soddisfatta la sua anima ecosostenibile, per cui il cachet di Abbado sarebbe dovuto consistere in 90 mila alberi da piantare, appunto non piantati. Erano emozionati gli Abbadiani che dopo la rottura scaligera hanno seguito il loro Claudio anche in capo al mondo. Avevano organizzato un tram e gonfiato palloncini per il ritorno del maestro. Abbado era cresciuto in una famiglia musicalissima di Milano. Papà Michelangelo era violinista e musicologo, la mamma pianista. Marcello, fratello maggiore, pianista, aveva diretto il Conservatorio di Milano, mentre la sorella Luciana, scomparsa nell'ottobre 2012, era l'anima del Festival di Milano Musica. Claudio Abbado si era formato a Milano, studiando composizione, pianoforte, quindi direzione d'orchestra con Antonino Votto, a sua volta allievo di Arturo Toscanini. Fu Vienna la città dove si scoprì direttore. Debuttava nel 1958 a Trieste, e alla Scala nel 1960. Aveva assunto il timone della Scala nel 1968 lasciandolo nel 1986, un addio che non fu senza polemiche: come è poi accaduto a Riccardo Muti. La Scala è fatta così. Abbado si accasò poi a Bologna. Fu un rapporto particolare quello vissuto con Milano: «città che pensa solo ai soldi», sbottò, un giorno. Durante gli «anni milanesi» al fianco del sovrintendente-leggenda Paolo Grassi, operò una rivoluzione alla Scala, convinto che la tradizione sposasse anche le novità. Si adoperò per levare la patina di conservatorismo. Volle una Scala meno elitaria entrando anche nel merito dei criteri di vendita dei biglietti. Abbado si accomiatava da Milano dirigendo Pelleas et Melisande di Debussy. Al termine dell'esecuzione piovvero dal loggione volantini con la scritta, «Grazie Abbado, ritorna presto».