Ecco cosa si giocano Comune e Grande Milano nella partita autonomista

Parte delle imposte locali, Iva e Ires agli enti Le mosse delle amministrazioni con Roma

«Il governo centrale ha risposto favorevolmente alla mia richiesta di partire subito, aprendo un tavolo unico con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna - ha spiegato ieri con soddisfazione il governatore della Lombardia Roberto Maroni -. La data indicata è nella settimana che inizia con il 6 di novembre. I tempi ci sono, anche se il Consiglio regionale dovrà accelerare un po' con i lavori. Se martedì 7 novembre l'aula di Palazzo Pirelli approverà, come mi auguro, la risoluzione, potremo partire subito dopo con la trattativa. È una buona notizia, perché vuol dire accelerare e fare ciò che dobbiamo rapidamente». Il governatore spinge sull'acceleratore per far approvare la risoluzione che definirà indirizzi e contenuto della proposta lombarda, che verrà portata al tavolo delle trattative con il governo, con una settimana di anticipo rispetto ai tempi annunciati martedì. La bozza della risoluzione sarà prima discussa dalla Commissioni Affari Istituzionali che dovrebbe votarla venerdì 2 novembre.

Non solo, l'intenzione di Maroni è quella di affrontare tutte e 23 le materie oggetto del quesito referendario e non solo quelle di competenza, «poi nella trattativa si vedrà quali trattare». Su questa linea anche il presidente dell'Anci Lombardia (l'associazione dei comuni) Virginio Brivio e il presidente dell'Unione province lombarde Pierluigi Mottinelli. Insomma non è certo un caso che gli enti locali siano interessati e vogliano essere della partita nella trattativa sull'autonomia, come dimostra anche l'endorsement del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, aspirante avversario di Maroni alle regionali di marzo.

Il percorso che dovrebbe portare con legge statale al regionalismo differenziato è tutto da costruire e all'interno di questo si potrebbe inserire anche un discorso di autonomia dei comuni e delle città metropolitane. E se per i comuni la partita si gioca principalmente sul piano fiscale e tributario, per le città metropolitane si potrebbe dire che è in gioco la loro stessa esistenza.

Facendo due conti in tasca a Palazzo Marino si vede come l'Imu sulla seconda casa valga, nella voce «entrate» del bilancio 2016, 627 milioni di euro più 18 milioni di euro di recupero dell'evasione dell'anno precedente. La Tasi, la tassa sui beni indivisibili, invece porta 80 milioni di euro più un milione e mezzo di euro di recupero del 2015, per un totale di 602, 5 milioni di euro contro un tesoretto di 124 milioni che il Comune di Milano restituisce a Roma per il fondo perequativo. Nel complesso, invece, le entrate tributarie valgono 1,3 miliardi di euro l'anno.

Ecco allora che il tema del residuo fiscale ovvero della differenza tra quanto incassano le amministrazioni tramite i tributi locali e quanto poi restituiscono allo stato centrale, nella battaglia per trattenere almeno parte delle risorse sul territorio, in questo caso nelle casse dei Comuni, può anche essere letto in una chiave di «trasparenza» ovvero di utilizzo delle imposte locali per finanziare servizi locali.

Per quanto riguarda il capitolo della compartecipazione delle città al gettito delle imposte dirette la trattativa con il governo potrebbe anche immaginare che una piccola parte di Iva e Ires possano rimanere direttamente ai Comuni. Secondo il titolo V della Costituzione infatti «Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni» ma è chiaro nel caso della città metropolitana che funzioni senza risorse vivono solo sulla carta, minando l'esistenza stessa della città metropolitana.