«Ecco come il teatro può salvare la periferia»

Il fondatore Renato Sarti racconta la bella avventura del Cooperativa al Niguarda

Antonio Bozzo

Comincia il 4 ottobre con una «Guida estrema di puericultura», qualunque cosa voglia dire, la nuova stagione del glorioso - per battaglie condotte - Teatro della Cooperativa a Niguarda, in via Hermada. Il cartellone 2016-2017 di spettacoli ne porta 21, molti in prima nazionale. Più che elencarli, disturbiamo in vacanza il fondatore e direttore del teatro, Renato Sarti, con alcune domande al telefono.

Perché andare a teatro? Le risulta che sia un aspetto residuale del consumo di cultura?

«Posso parlare per me. Andare a teatro può trasformarci, quando meno uno se l'aspetta. Più in profondità che altre esperienze culturali. Aiuta a leggere la realtà, magari a spingerci all'azione per cambiarla, cominciando dalle piccole cose. Io sono stato toccato, e ho operato un cambiamento, vedendo "L'Arlecchino" al Piccolo, "L'istruttoria" del Teatro di Parma, "Nemico di classe" all'Elfo. Sono solo i primi spettacoli che mi vengono in mente».

E perché un milanese dovrebbe venire da voi, in periferia, per i vostri spettacoli?

«Intanto perché scoprirà una vera Cooperativa, fondata nel 1894 nell'ambito del movimento socialista, allora rivoluzionario. Un luogo per educare il popolo, farlo crescere. Una luce in vite difficili passate nelle fabbriche e nei campi. Ecco, noi siamo lì, in un posto carico di storia. I soci della Cooperativa ci aiutano, la città ci apprezza per i nostri lavori che sfidano i conformismi e per la ricerca in campo teatrale, che portiamo avanti con passione».

Alcuni spettacoli irrinunciabili della prossima stagione?

«Oddio, che imbarazzo. Non perderei "Golo Otek", di Elio De Capitani, che ringrazio per metterlo in scena da noi. Poi segnalo i nostri spettacoli in tournée milanese, in altri teatri della città, dal Parenti all'Elfo Puccini, dal Carcano al Piccolo: testimonianza di amicizia e di lavoro di squadra, sempre benvenuto».

Chi sono i nemici della cultura?

«Uno su tutti? La mancanza di educazione culturale, soprattutto nei giovani. Vanno bene gli amori, il calcio, la bicicletta, la moto - anch'io da ragazzo vivevo di questo -, ma poi uno deve dar corso alle curiosità dell'intelligenza. Uno spettacolo, un libro, una persona che sa trasmettere quel che conosce, servono a capire. Anche se nella vita ci aspetta un altro lavoro, frequentare la danza, il palcoscenico, le attività artistiche - io dipingevo - aiuta nel discernimento. Insomma, il vero nemico della cultura è dentro di noi e in una società seduta e con scarsi valori».

La nuova stagione è dedicata alla bicicletta. Come mai?

«Sì, la immagino come una lunga e bella pedalata. D'altronde Beckett pensò al suo Godot dopo aver visto i ciclisti nel velodromo di Parigi. E Lia, la partigiana di cui Marta Marangoni porta in scena la vicenda, venne uccisa mentre pedalava. Con Bebo Storti e Debora Villa, e altri artisti, siamo impegnati in una sorta di gara a tappe anche, come detto, in altri teatri di Milano. Speriamo che il dichiarato amore per le due ruote convinca il Comune a mettere, vicino al teatro, un posteggio per il bike sharing». (Cartellone completo e informazioni su abbonamenti e spettacoli si su www.teatrodellacooperativa.it.)