«Al lavoro su stile e fraseggi Così rivoluzionerò la Verdi»

Il nuovo direttore dell'Auditorium: «Il mio traguardo? Unire i talenti dell'orchestra in vista di grandi sfide»

Luca Pavanel

Egregio Maestro Claus Peter Flor, lei assume la direzione musicale de La Verdi, quali sono i suoi progetti sia per quanto il «suono» dell'orchestra, sia per quanto riguarda i repertori?

«Il mio traguardo è di unificare i talenti de La Verdi, composta di eccellenti musicisti, in ogni singola produzione. Si tratta semplicemente di lavorare insieme con costanza per un periodo di tempo importante affrontando i temi della dizione, stile e fraseggio. Tutte componenti di quella cifra stilistica unica che identifica un'orchestra. Il mio scopo finale è di tirare fuori questa unicità stilistica in maniera chiara e persistente. In altre parole, se il pubblico avrà la sensazione di non aver mai ascoltato prima un certo brano musicale in una versione così interessante e sentirà l'esigenza di tornare ad ascoltare La Verdi, significa che insieme avremo raggiunto il risultato prefisso».

Lei è conosciuto nel mondo come uno specialista del repertorio austro-tedesco: porterà questa sua qualità nel modo e nelle scelte musicali di questa formazione orchestrale milanese?

«Ovviamente sono cresciuto nel contesto culturale austro-germanico e nel solco di quella tradizione musicale, ma non mi piace essere catalogato in tal senso. Ad esempio in Francia e Olanda i teatri d'opera e le orchestre sinfoniche continuano a chiedermi repertorio francese. In Russia mi viene spesso richiesto di mettermi alla prova su Shostakovich e Ciaikovsky. Tutte queste esperienze convergeranno nel progetto con La Verdi. Forse sono rimasto uno di pochi eclettici non specializzati. D'altra parte sono cresciuto preparandomi a suonare e cantare il repertorio barocco al pari di quello classico, romantico e contemporaneo».

Beethoven in testa, quali sono gli autori su cui punterà per cominciare a tracciare il suo personale cammino?

«L'integrale di Beethoven ha ovviamente lo scopo di accompagnare in breve tempo il nostro pubblico in un viaggio serrato attraverso gli sviluppi stilistici di una grande compositore. La nostra programmazione dovrà sempre da un lato tener conto delle esigenze d'ascolto del pubblico, d'altro canto dovrà anche affrontare repertori che servano all'orchestra per crescere in qualità e stabilità di suono. Ma a questo punto del lavoro non mi è certo concesso di rivelare i contenuti delle prossime stagioni...».

Nella sua storia di direttore a un certo punto, nel 2003, c'è stato l'incontro con Riccardo Chailly (allora direttore de La Verdi) e il lavoro comune sui repertori dell'Europa centrale. Ci può raccontare i termini e gli esiti di questo incontro?

«Sono stato molto felice dell'invito di Chailly nel 2003 e di supportare il lavoro de La Verdi su alcuni repertori. Guardando ora quella scelta dovremmo essere entrambi orgogliosi di quella collaborazione e della realizzazione della bellissima idea di successo che stava alla base».

Lei «frequenta» Milano e il suo pubblico dalla fine degli anni Novanta, cosa ne pensa della nostra città (cultura e tradizioni) e del suo pubblico?

«Sfortunatamente non ho mai avuto tempo di godermi la città e indagarla. Sono stato a Milano in modo intermittente, sempre concentrato sul lavoro e con la consapevolezza che una mancanza di tempo è un ostacolo per ottenere il risultato migliore possibile. Ciononostante sono riuscito a farmi una mia idea del milanese in varie situazioni, dall'osservazione del pubblico ai concerti».