«L'opera da tre soldi» tintinna di manette

Il dramma brechtiano che fu il titolo più famoso di Strehler rivisto in chiave giudiziaria

Enrico Groppali

Non è tempo di revival ma semmai di riconferme dato che da martedi si affaccia alla ribalta del teatro Strehler L'opera da tre soldi, il titolo più famoso della fulgida carriera di Giorgio Strehler.

La storia dei Peachum, di Jenny delle Spelonche e di Mackie Messer è tratta dall'«Opera del mendicante» che l'inglese John Gay scrisse nel 1728. Che il fondatore del Piccolo mise in scena nel 1956 con un cast memorabile (Tino Buazzelli, Tino Carraro, Mario Carotenuto, Giusy Raspani Dandolo e Milly), prima dell'ultima versione del 1973 con Milva, Domenico Modugno e Gianrico Tedeschi. Naturalmente questa volta cambia tutto, a partire dal regista designato, il quarantenne Damiano Michieletto, astro portante della messinscena lirica europea già noto al Piccolo per una versione di un testo poco noto in Italia ma famoso in terra iberica come Divinas Palabras di Ramon del Valle Inclàn. Il quale enuncia il suo pensiero non risparmiando elogi per il Maestro scomparso ma puntualizzando con sincerità il suo punto di vista diametralmente opposto a quello di tutti i colleghi che l'hanno preceduto.

«Anche perché - dichiara con fermezza - per chi non l'avesse ancora capito la cosa straordinaria di questa partitura-spettacolo si organizza sul tema del processo. Che finora non è stato sfruttato come elemento portante del testo bensì come un finale pacificante in odor di commedia». Per lui infatti una messinscena moderna di questo grande manufatto che si svolge nel corso di tre soli giorni che vanno dal mercoledì al venerdì è tutto all'insegna del dibattimento che condannerà Mackie alla forca. Anche se alla fine interviene un araldo a mettere in libertà quell'eccentrico protagonista.

Ma come è possibile? Per rispondere non c'è che affidarsi al nostro poliedrico orchestratore Michieletto, il quale annuncia che la sua versione di fatti e misfatti di cui è costellato il copione comincia proprio dal presente storico e cioè della condanna del bandito gentiluomo.

In questo modo gli spettatori diventano anch'essi attori e giudici insieme. Mentre il copione ruotando su se stesso ci riconduce, piano piano, all'inizio con la celebre scena del matrimonio tra Polly (l'incantevole Maria Roveran) e il tracotante Mackie di Marco Foschi fino all'irruzione di Jenny la poliedrica Rossy de Palma (che è stata già un'autorevole musa di Pedro Almodòvar).

Mentre la coppia dei simpaticissimi Mr. e Mrs. Peachum incarnata da due mostri del palcoscenico come Peppe Servillo e Margherita di Rauso la fanno da padroni in questo rovesciamento di prospettive in grado di condurci, come avverte il regista, all'inizio di tutte le discordie e le riappacificazioni possibili come voleva il genio di Augusta. «L'uomo dei boschi neri» come ironicamente si definiva. Ma le novità non finiscono qui perché con un ironico distinguo il regista afferma con orgoglio di non aver voluto scritturare cantanti che recitano ma attori che cantano.