"Il Pirata" sbarca alla Scala: un dramma riavere l'amata

A sessant'anni dall'ultima esecuzione, torna in scena l'opera giovanile di Bellini. La prima venerdì prossimo

Alla Scala è tempo di predatori di navi, eroi belli di fama e sventura. Dopo il balletto Le Corsaire, va in scena Il Pirata di un Vincenzo Bellini ventisettenne. Un lavoro di assoluto pregio ma sfortunato, soggetto a continue archiviazioni. L'ultima volta alla Scala fu 60 anni fa, artefice della riscoperta: Maria Callas. Ora il Piermarini lo produce con i Teatri di Madrid e San Francisco, ma la primissima è a Milano, venerdì 29 con repliche fino al 19 luglio. La regia è di Emilio Sagi, le scene di Daniel Bianco e la direzione di Riccardo Frizza. Nei due ruoli chiave, Imogene e Gualtiero, ci sono Sonya Yoncheva e Piero Pretti.

La vicenda è centrata su Gualtiero, seguace dei Manfredi, che si fa pirata per vendicare i torti subiti. Tra questi, aver perduto l'amata Imogene, ceduta in sposa a Ernesto (Nicola Alaimo), seguace degli Angiò. Fra le scene centrali c'è il naufragio sulle coste siciliane, senza riferimenti a oggi. Anzi. Sarà una regia rispettosa del dettato belliniano e del libretto di Felice Romani. Un sistema di piattaforme mobili crea spazi necessari per gestire le pagine di assieme e quelle più intime. Sul podio torna Riccardo Frizza, classe 1971, tra i più ferrati nel repertorio di primo Ottocento, anche se dirige Il Pirata per la prima volta.

Tuttavia, non è Gualtiero bensì Imogene la vera protagonista dell'opera. E il soprano Yoncheva è la punta del cast. Nata nel 1981 a Plovdiv in Bulgaria, è la regina del Metropolitan, che non sarà più il Met d'una volta, ma rimane il palcoscenico con maggior visibilità assoluta. Alla Scala si è fatta conoscere l'anno scorso nel ruolo di Mimì. Ora eccola in una parte difficilissima. A tratti funambolica, quando la vocalità sarà chiamata a tradurre la follia. L'opera chiude con questa donna ormai folle. Ma attenzione, Frizza spiega che «aver vissuto una esistenza non sua, repressa in un castello, l'ha logorata. I sintomi della pazzia si avvertono già all'inizio, nella prima aria con un recitativo, ma quando si confida con l'ancella trapela la sua sofferenza. Si agita al solo pensiero che Gualtiero possa essere fra i naufraghi morti». Gualtiero invece «è un eroe, non teme di affrontare situazioni controverse, è deciso a confrontarsi con Ernesto. Però questa è opera del Romanticismo, e inevitabilmente esce anche l'aspetto di uomo innamorato e sensibile». Perfino sanguigno. Perché quando verrà a sapere che Imogene non solo è sposata, ma ha un figlio con l'attuale marito, perde quasi il senno, «fatica a controllare la rabbia, diventa feroce». Vedremo il tenore passare da un registro centrale ad acuti svettanti, cui aggiungere le mezze voci. Per questo, assicura Frizza, «quello di Gualtiero è il ruolo più difficile del Romanticismo italiano. Un'opera di sperimentazione dove ci sono soluzioni sceniche e vocali che ci portano al Verdi dei Mansadieri. Nel coro dei Pirati si sente il coro del Nabucco». Opera interessante anche per l'orchestra perché Bellini crebbe a pane e classici, Mozart in testa.

La terna dei personaggi si completa con Ernesto, affidato ad Alaimo, siciliano come Bellini, baritono in ascesa. A lui il compito di incarnare il terzo incomodo, antipatico già sulla carta. La tragedia del Pirata chiude con la follia di Imogene, la morte di Ernesto, che cade in duello, e quella di Gualtiero. Ma rimane un enigma. Si suicida o viene ucciso? «La scena finale chiude con l'aria di Imogene. Originariamente chiudeva con l'esclamazione di Gualtiero fuggo così poi Bellini amputò questa parte. Quindi non si sa se Gualtiero, condannato a morte, si suicidi o venga giustiziato».