Quegli affreschi di Lila, dalla Scala a Hollywood

Un nome da fata: «Lila». Tutti, fuori e dentro il teatro, lo hanno sentito. Perfino in un ambiente non proprio prodigo di complimenti come quello dello spettacolo, solo menzionare la firma di Lila De Nobili proiettava gli interlocutori in mondo magico, in un cerchio incantato. Il carisma dei suoi spettacoli rendeva collaboratori, allievi e ammiratori, adepti di un culto iniziatico, custodito con gelosa cura, quasi da carbonari. Luchino Visconti e Franco Zeffirelli, Raymond Rouleau e Peter Hall, la vollero collaboratrice in spettacoli memorabili. Allestimenti, per rimanere alla Scala, come la «storica» Traviata, protagonista Maria Callas ­ o l'Aida velata di nostalgia, in clima di egittomania secondo impero, intima e spettacolare. Destò ammirazione non solo in Italia, ma soprattutto a Parigi, dove la sua Carmen goyesca entrò all'Opéra di Parigi e vi tenne banco per anni. Il bel suol di Francia, orfano del genio di Christian Bérard, adottò la pittrice spezzina che passava giornate nei musei a studiare maestri antichi e moderni. E divenne, senza volerlo, famosa e ricercata: da Edith Piaf a Cocteau, da Arletty a Audrey Hepburn per Gigi e Ingrid Bergman per Hedda Gabler. Lo stesso in Inghilterra per gli Shakespeare a Stratford­upon­Avon o per il balletto Undine di Hans­Werner Henze e Frederich Ashton al Covent Garden, fino al capolavoro cinematografico di Tony Richardson, I seicento di Balaklava. Creazioni di un reame di leggenda ora ammirabili nel bellissimo libro di Vittoria Crespi, Lila de Nobili.

Teatro. Danza. Cinema, pubblicato dagli Amici della Scala in occasione dell'inaugurazione della stagione (dove scene e costumi di Fidelio sono opera di una ben nota e affermata sua allieva, Chloe Obolensky). Un volume ricco di immagini meravigliose e lettere in appendice che rivelano progetti e intimità inedite (Max Ophuls e Albert Camus come il mago delle marionette, Eugenio Colla). Con la stessa fatata discrezione con cui passò fra laboratori e palcoscenici, Lila de Nobili si ritirò in gloria nel 1973, dopo aver dipinto i bozzetti delle scene per la memorabile Manon Lescaut di Puccini che il convalescente Visconti realizzò a Spoleto.

Si narra che potenti e famosi le chiedessero ritratti e disegni, ottenendo cortesi rifiuti. Preferiva donare, in vera umiltà, il suo lavoro ad amici e sodali, ricominciando a studiare (arte bizantina) e tenendo scuola di disegno con l'amico pittore Yannis Tsarouchis. Ma il suo tocco, studiato e omaggiato, è rimasto inimitabile, pur avendo generosamente trasmesso i segreti artigiani della grande tradizione italiana a valorosi allievi.