Quegli spettacoli a Milano col pubblico protagonista

Da anni le nuove compagnie chiedono interventi degli spettatori. Ma con poetiche incomprensibili

Sono ormai tanti gli spettacoli, visti a Milano, che hanno avuto come protagonista il pubblico, come è accaduto, con alcuni, presentati alla Triennale e a Zona K, le due sedi ideali che si contendono anche la nuova figura dello spettatore. Mi riferisco a Guerrilla, di un collettivo spagnolo, dove lo spettatore lo troviamo già in palcoscenico formato da un gruppo di persone che prendono parte attiva all'evento, a Rivolution Now, di un collettivo anglo tedesco, in cui gli spettatori vengono coinvolti politicamente, in un teatro «occupato», in occasione di una rivoluzione in atto. Gli esempi possono moltiplicarsi, tanto che, per esempio, in Terror, di Ferdinand Von Schirach, lo spettatore è chiamato ad esprimere un verdetto e, quindi, a decidere la sorte di un Maggiore che fa abbattere un aereo in ostaggio di terroristi, pur di salvare settantamila persone, sulle quali si sarebbe schiantato. Oltre che partecipe, vediamo lo spettatore immerso in un palazzo signorile abbandonato, di Porta Vigentina, dove il regista Paolo Sacerdoti lo ha condotto su tre piani dell'edificio, facendolo partecipare allo spettacolo itinerante: Rosaline, sostenendo che, spetta al teatro, esplorare nuovi territori, dimenticandosi dei molti già esplorati da Ronconi che, tanto per rimanere a Milano, portò in scena, alla Bovisa, in spazi infiniti, Infinities di Barrow. Sembra che attualmente, nella capitale lombarda, il vero protagonista sia diventato lo spettatore che dovrebbe, però, aspirare a essere educato, per un compito che lo ha visto, più volte, partecipare attivamente. Se intende esserlo veramente, gli consiglio di leggere il volume di Luigi Allegri: Invito a teatro. Manuale minimo per lo spettatore, edito da Laterza, nel quale l'autore si rivolge non solo agli allievi che vorrebbero frequentarlo per professione, ma anche a coloro che lo frequentano per passione. È chiaro che Allegri ha come mira soprattutto costoro, visto che il libro è scritto per metterli nelle condizioni di diventare spettatori professionisti o, come meglio preferisce dire: «analisti». Esistono, in questo caso, non poche difficoltà visto che il teatro del terzo millennio è diventato sempre più metalinguistico, tanto da richiedere più conoscenze specialistiche, per poter decifrare il linguaggio assiomatico della rappresentazione. La lettura del libro di Allegri contribuisce a creare, non più lo «Spettatore addormentato», di Flaianesca memoria, bensì lo spettatore che vuol giudicare o che desidera «leggere» lo spettacolo; ma che, per poterlo fare, si chiederà cosa sarà tenuto a conoscere, oppure cosa dovrà aspettarsi da una messinscena. Per prima cosa, a mio avviso, gli occorrono degli strumenti metodologici, che sono ben diversi da quelli che utilizza il lettore, sia di testi teatrali che di romanzi.

La sua dovrà essere, pertanto, una lettura multidisciplinare che non si limita alla critica del testo, bensì a quella della sua rappresentazione, i cui codici appartengono alle trasgressioni delle Avanguardie, all'uso degli spazi e, ancora, ai risultati scenici che assemblano elementi di altre discipline come la luministica, la musica, il linguaggio visuale. Ciò a dimostrazione del fatto che la scena non sia più subordinata al testo, avendo acquisito da anni una sua autonomia, di cui Allegri offre al lettore-spettatore, i mezzi culturali per potere entrare dentro il vero mistero della rappresentazione, oltre che in quello del linguaggio scenico, sempre più aperto alla molteplicità degli spazi, favorendo la «teatralità inconsapevole» tipica del teatro medievale, che, ai nostri tempi, si declina dentro «mattatoi», «fabbriche», palazzi abbandonati, capannoni, carceri, gallerie d'arte, musei.

Dentro di essi le modalità espressive hanno risentito parecchio dei luoghi, adeguandosi alla moltiplicazione degli spazi che, a sua volta, si trasforma in moltiplicazione delle forme. Allegri propone un canone, offre, cioè, un percorso che attraversa alcuni momenti della storia teatrale, legati all'argomento trattato, un «Invito» per confrontare le proprie capacità critiche con quelle di chi ha realizzato un testo o una performance. Lo spettatore a cui ambisce Allegri non potrà essere più «passivo», dovendo diventare parte integrante dello spettacolo, benché,spesso, risulti difficile penetrare i meccanismi della rappresentazione, fatta di accumuli, di riscritture, di rimandi, di metafore, di intellettualismi, a volte vacui, alimentati da un proliferare di attori-autori, di performer che, dopo aver messo in crisi la centralità dell'attore, hanno messo in crisi la centralità del teatro. Le difficoltà aumentano quando l'occhio umano è sostituito da quello elettronico, quando le macchine che producono suoni, colori, forme, producono soltanto immagini, anziché parole.

Brecht aveva già intuito tutto, quando teorizzava un teatro in continuo cambiamento, pur con le sue contraddizioni, nel quale lo spettatore, distaccato, è coinvolto razionalmente e non emotivamente. Col suo «Teatro epico», egli si era messo contro il teatro di immedesimazione, cercando di provocare lo spettatore, mettendone in dubbio le certezze. Eppure, sempre a Milano, sono in arrivo spettacoli per lo spettatore nomade, realizzati da Zona K, col progetto Cities, mentre al Piccolo teatro arriverà Milo Rau, con The Repetition-Historie(s) du Theatre, il quale sostiene che il teatro abbia bisogno di un nuovo inizio e che lo spettatore debba ritornare a emozionarsi. Sono i corsi e i ricorsi della storia.

Se poi qualcuno volesse fare una full immersion dentro le emozioni, consiglierei di leggere il libro di Jean Plamper: Storia delle Emozioni, edito dal Mulino.