«Sarò il diavolo custode ma soltanto per ridere»

Sono tempi di crisi, quindi non è il caso di fare i difficili. E se ti capita a domicilio un «diavolo custode» al posto del più classico angelo, bé, come si dice a Milano: prendi e porta a casa. Che poi non è detto che Belzebù - se è un buon diavolo come quello interpretato da Vincenzo Salemme nella nuova commedia da lui scritta e diretta - non ti sappia consigliare bene. In cartellone al Teatro Manzoni da questa sera al 31 dicembre (ore 20.45, domenica ore 15.30, ingresso 32-22 euro, info 02.76.36.901), «Il Diavolo Custode» segna il ritorno sulla piazza milanese del mattatore napoletano.
Vincenzo Salemme, a un napoletano non bisognerebbe mai dirlo ma che fa, mette le corna?
«No, quello no: sul palcoscenico non ho corna sulla testa, e poi non porto nemmeno cornetti scaramantici addosso. Anche se proprio non posso dire di non essere superstizioso. Forse lo sono un po' meno di molti miei colleghi, però».
Se lei fa il diavolo, qualcuno di tentato dovrà pure esserci...
«Sì, c'è e si chiama Gustavo (interpretato da Domenico Aria, sul palco insieme ad altri sei attori, ndr): è un uomo medio che si è costruito attorno una vita che forse non voleva. Coperto dai debiti e non compreso dalla famiglia, si trova di fronte alla propria coscienza. Io mi diverto a vestire questa sua coscienza con gli abiti simbolici di un diavolo custode. Un diavolo che cerca di farlo riflettere, dicendogli: vuoi veramente ricominciare daccapo? Sei sicuro che ne valga la pena? Tanta gente si chiude in vite che poi non sente proprie».
Più che il mito del Faust, sembra un perfetto caso di psicanalisi...
«Infatti questo testo e quello precedente, L'astice al veleno, l'ho scritto nei cinque anni in cui ho fatto analisi. Ci ero andato per problemi di sensi di colpa, che sono una cosa ben diversa, attenzione, dall'aver commesso colpe. L'analisi non deve giustificare le colpe commesse, deve spiegare perché ti senti inspiegabilmente in colpa».
E da una situazione del genere, lei ha partorito due storie da ridere?
«Ognuno scrive secondo le proprie corde: da ragazzino capii che potevo fare il comico perché, anche quando facevo una riflessione seria, gli amici ridevano. 'Il Diavolo Custode' è una commedia in lingua napoletana italianizzata.Ma in fondo il napoletano è la lingua del teatro, il perfetto punto d'incontro tra comicità e tristezza».
Lo spettacolo è in un atto unico: qual è il motivo di questa scelta?
«Tutto in un tempo di un'ora e 45 minuti, senza intervallo. Come un film. Perché se veramente si vuole attirare un pubblico più giovane in teatro ritengo che qualche regola vada cambiata. Bisogna finalmente convincere i giovani che il teatro non è una chiesa».