Un secolo di Architetture per un viaggio milanese nel grande «Stile Caccia»

In occasione del 150° anniversario del Politecnico di Milano è stata allestita la mostra «Architetture», un omaggio all'architetto Luigi Caccia Dominioni arrivato al suo centesimo compleanno. E' nato il giorno di Sant'Ambrogio. L'esposizione che raccoglie 40 pannelli di disegni, progetti, plastici e tutte le immagini delle opere dal dopoguerra ad oggi. Un'occasione per conferire al progettista milanese una Medaglia d'Oro al merito. Allestita al Campus B2 della Bovisa del Politecnico di Milano di via Durando 10 e aperta fino al 19 dicembre (da lunedì a venerdì dalle 9 alle 20) e curata da Marco Ghilotti e Alberto Gavazzi con fotografie di Amedeo Martegani, l'esposizione è stata presentata oltre che dai curatori e da Giovanni Azzone rettore del Politecnico anche dallo stesso «Gigi Caccia», come lo chiamano gli amici, nonché da Angelo Torricelli, Preside della Scuola di Architettura Civile sempre del Politecnico.
Il sogno della modernità di una città che si risollevava dalla guerra ha preso forma in parte grazie al genio di Caccia Dominioni che a partire dal 1946-47 ha saputo ricreare il volto a Milano incarnando il gusto della nuova borghesia urbana. Architetto e design «Gigi Caccia» ha maturato una significativa preferenza per i temi dell'abitare, coniugando la maturazione di uno stile modernista che stava via via prendendo piede e con i più colti riferimenti della tradizione dell'abitare italiano. La casa per famiglie in Piazza Sant'Ambrogio di fronte alla Basilica è stata costruita tra il 1947 e il 1950, un complesso imponente ma che da sempre si è ben inserito nell'architettura esistente; è nella stessa casa che vive e lavora ancora Caccia Dominioni (lo studio lo ha sempre a piano terra e passando lo si può vedere disegnare dalle numerose finestre con le inferiate a livello del marciapiede), una casona angolare dalle grandi finestre, metà intonaco giallo terra di Siena e metà marmo, arricchita da una loggia moderna retta da colonne, una nella parte bassa dell'edificio e una nella parte alta. All'ingresso due statue di leoni, una sorta di sfingi imponenti di granito. Vanno ricordati certamente anche gli edifici per abitazione di Via Nievo (1955-59) e quelli di Piazza Carbonari del 1950; l'Istituto della Beata Vergine Addolorata di via Calatafimi (1946-1955), il Convento di Sant'Antonio dei Francescani di via Parini (1959-1963) e la Sede della Parisini (1951-57), gli Edifici di Corso Europa (1953-1959) e il prezioso progetto ben inserito tra la Chiesa di san Fedele e la Chase Manhattan Bank di Piazza Meda (1969-70) che cambiò il volto di quel tratto di centro storico tra Piazza della Scala e Corso Matteotti.
Questo e altro è più che sufficiente a potere creare un itinerario tra le opere di Luigi Caccia Domignoni che dall'Istituto dell'Addolorata porta in Manforte, Santa Maria alla Porta e Via San Sepolcro. «Uno stile discreto che resiste al tempo», così è stata definita l'architettura di questo grande Maestro, debitore di Gio Ponti, uno stile che da Milano alla Valtellina viene definito «Stile Caccia» già a partire dai primi anni Cinquanta. Amico di Franco Albini e Ignazio Gardella, Gigi Caccia che spesso amava rifugiarsi nella sua bella casa settecentesca di Celerina (St. Moritz), ha imparato dalle architetture di montagna, la scelta semplice e tradizionale dei materiali a partire dall'intonaco e dall'uso del klinker che si sono sempre combinati con le finestre «strombate», suo marchio di fabbrica e dagli interni e non solo, di grande qualità artigianale e artistica grazie anche alla collaborazione con Francesco Somajni e Lucio Fontana. Molti dei suoi ambienti sono stati arredati con oggetti e lampade di Azucena, la ditta che fondò nel 1947 con Corradi Dell'Acqua e Ignazio Gardella. Aveva studiato negli anni Trenta alla Facoltà di Architettura e prima della guerra fu associato con Livio e Piergiacomo Castiglioni con i quali disegnò tra le tante cose radio e altro materiale per Phonola. Il primo incarico lo ebbe nel 1947 a Milano per al ricostruzione della casa di famiglia, Palazzo Stampa che dal 1500 guardava verso l'ingresso della Basilica di sant'Ambrogio. Oggi che stanno rifacendo la Piazza l'architetto non condivide il progetto del parcheggio sotterraneo e le scelte della pavimentazione: hanno spazzato via persino i suoi giganti paracarri in granito che costituivano una sorta di piazza davanti alla Basilica. Ma questo Maestro non si arrende e continua a combattere contro gli scempi della nuova modernità.