Le visioni di un «artista di regime»

«Studiamo i maestri, teniamoli sempre davanti come guida ma conseguiamo altra vetta senza toccare, senza manomettere, senza contaminare ciò che da loro è stato raggiunto». Così Adolfo Wildt, artista del Novecento tra i più controversi della storia, rispondeva nel 1926 all'entusiasmo del potente critico Ugo Ojetti che lo consacrava ufficialmente «primo maestro dell'arte del marmo che abbia oggi l'Italia». Amato e odiato ma mai indifferente a contemporanei e posteri fu l'artista milanese - anche se goticissimo nel cognome e nello stile - a cui la Gam dedica oggi un degno riconoscimento con una mostra che raccoglie una cinquantina di sculture in collaborazione con il Musées d'Orsay. Sede quasi inevitabile è la Villa Reale, nei cui giardini è conservata una delle opere più significative del maestro, la «Trilogia» (il Santo, il Giovane, il Saggio): quella stupefacente e monumentale fontana che nel 1912 accese definitivamente i riflettori sul genio provocatore dell'ex apprendista di Giuseppe Grandi. Controcorrente. Anzi no, artista di regime. La mostra della Gam tenta di tracciare i contorni di un artista che - un po' come avvenne per Mario Sironi - fu certamente bollato dalla critica del Dopoguerra per le sue «connivenze» politiche. Anche se forse, l'unica vera «colpa» fu quella di aver scolpito la più celebre testa di Benito Mussolini, di averne ricevuto le lodi in persona e di aver scatenato anche l'entusiasmo del vate Gabriele D'Annunzio che corse ad acquistare la «Maschera dell'idiota». La popolarità ottenuta durante il Ventennio gli guadagnarono certo (come a Sironi) numerose commesse pubbliche tra cui l'erma del «martire» fascista Nicola Bonservizi, mentre gli apprezzamenti di Margherita Sarfatti per la sua «meravigliosa dolcezza mistica» valsero alla sua nomina nel comitato direttivo del Gruppo Novecento. Eppure, malgrado le etichette, l'arte di Wildt rimase per tutti un mondo deformato e misterioso al di fuori degli stilemi delle avanguardie ma anche di quel «passatismo glorioso» - tra classico e barocco - capace di rassicurare gli spiriti conservatori. Le sue figure «emaciate e scarne, potentemente espressive», unite ad un virtuosismo tecnico che svuotava e stilizzava per la prima volta la solennità del marmo, fecero definire da Vittorio Pica la sua arte «ultra-psychique». Un'arte cioè in grado di scavare nell'anima prima ancora che nell'intelletto, in una «selva di passioni, spasimi e incubi» in cui «soltanto la maternità si salva, elettissima e santa». E infatti tra le opere che più valsero a Wildt i riconoscimenti internazionali figurano sculture di impronta simbolista come «Il prigione» o il bassorilievo «Maria dà luce ai pargoli cristiani». Condannato all'oblio da una critica che non gli ha perdonato - oltre ai temi politici - uno stile fedele a sè stesso e indifferente alle nuove correnti della scultura (da Rosso a Marini), Wildt è stato solo negli ultimi decenni riconosciuto per la sua grandezza. E la mostra milanese sarà un ulteriore spunto anche per riscoprire un grande patrimonio seminascosto in molti luoghi della nostra città. Dalle opere presenti al Cimitero Monumentale (come l'«Edicola Giuseppe Chierichetti» e l'«Edicola Korner» del 1929, o il Monumento Ravera per l'attentato a Vittorio Emanuele del 1928), al «Tempio della Vittoria» in largo Gemelli, fino al bizzarro «Orecchio» di palazzo Sola Busca che ha rappresentato uno dei primi citofoni di Milano e della storia.