«Mio padre Gianni Mazzocchi, che mise l’Italia su quattro ruote»

Privilegi dei figli d’arte: lavorare in una via che porta il tuo nome. Privilegio di Giovanna Mazzocchi Bordone, figlia di Gianni Mazzocchi, uno dei più grandi, geniali, bizzarri editori del nostro ’900 («era nato nel 1906, se fosse qui avrebbe cent’anni») al quale il comune di Rozzano ha dedicato la via in cui ha sede l’Editoriale Domus, la “casa” da cui tutto partì, ormai 80 anni fa.
«Ottant’anni fa, nel ’27, papà arrivò a Milano. Era marchigiano, di Ascoli Piceno, i nonni avevano un’industria di bachi da seta ma morirono di spagnola alla fine della prima guerra mondiale. Rimase orfano giovanissimo, vinse una borsa di studi a Roma, ma capì presto che Milano offriva più possibilità. Arrivò qui con 640 lire in tasca». E un sacco di idee in testa: prima il giovane Mazzocchi aiuta un frate che lo paga perché batta macchina le sue memorie, poi si presenta all’architetto Gio Ponti che cerca un giovane sveglio per controllare i conti della sua rivista, Domus, appena fondata. Tempo un paio d’anni e la testata è rilevata da Mazzocchi che attorno al mensile - destinato a cambiare il mondo di fare e pensare l’architettura e l’arredamento - crea quello che sarà il suo impero, destinato a cambiare il modo di fare e di pensare l’editoria. L’Editoriale Domus, oggi, è nelle mani della figlia Giovanna, che in “casa” è entrata nel ’74, quando le edizioni erano ancora a Milano, in centro, via Monte di Pietà.
Scuola tedesca, laurea in Scienze politiche a Pavia, un anno in Germania, una breve pausa («ho smesso di lavorare dal ’78 all’81, un interregno dedicato a marito e figlie») poi di nuovo in sella nonostante, anzi soprattutto, per via del doppio lutto (il marito e papà Gianni, nell’84) Giovanna Mazzocchi, a sentire chi la conosce bene, dell’emerito genitore ha ereditato grinta e fantasia. «Per un paio d’anni mio padre lavorò alla Domus come impiegato, aveva una percentuale sulla pubblicità. A un certo punto i suoi capi lo chiamano e gli dicono: “Bravo, lei quest’anno ha guadagnato più di noi. È licenziato”. Passano sei mesi senza che l’azienda veda un becco di pubblicità e lo richiamano: questa volta come socio. Prima della guerra aveva già 100 per cento della società».
Prima guerra Gianni Mazzocchi - il cui talento più grande e insieme la più grande disgrazia era quella di essere troppo in anticipo sui tempi - riesce a comprarsi la rivista Casabella; a varare collane di saggi come La Ruota della Fortuna e i Quaderni del Rabdomante curati da Orio Vergani; a inventarsi annuari dedicati al ricamo, al galateo, alla cucina diventati un appuntamento fisso per le famiglie italiane, da Fili a Il Cucchiaio d’argento; e a fondare, nel ’36, il primo Panorama, quindicinale dal taglio rivoluzionario, formato tascabile, con tanti racconti e pezzi molto brevi, chiuso dal Minculpop nel ’40. «Per via di un articolo che la censura fascista giudicò disfattista. Chi lo scrisse? Un giornalista che papà aiutò molto. Si chiamava Indro Montanelli». Il quale, da gentiluomo abituato a restituire i favori, quando morì Mazzocchi, scrisse: «Non so quale patrimonio abbia lasciato agli eredi. Certamente un centesimo, se non un millesimo, di quello che poteva lasciargli, se avesse fatto l’editore come lo facevano gli altri: per guadagnare. Lui lo faceva per divertirsi e per farci divertire. Nessuno ci è mai riuscito quanto lui».
Con uno stile diverso, ma identica sostanza, un altro grande vecchio dell’editoria, Angelo Rizzoli, un giorno degli anni Cinquanta gli disse: «Sei un cretino, Mazzocchi. Tu fai bellissimi giornali e non ci guadagni. Io li faccio brutti e guarda cosa guadagno». «Ma io intanto mi diverto», gli rispose un cretino che intanto fondava giornali con la stessa frequenza con la quale a vent’anni si cambia ragazza e che intuì, parecchio prima degli altri, il valore di nomi oggi stranamente famosi: Montanelli, Biagi, Cederna, Buzzati, Moravia. «La passione per le belle firme papà ce l’ha sempre avuta». Come il fiuto per i buoni direttori: per L’Europeo, fondato nel novembre ’45, scelse Arrigo Benedetti; per Settimo giorno, nato tre anni dopo, volle Emilio Radius; e per Il Mondo, uscito nel ’49, impose Mario Pannunzio. «Ma con il tempo giornale diventa creatura del direttore e l’editore resta solo quello che lo finanzia. Sa com’è: sull’onda del successo e col passare degli anni si finisce per prendere indirizzi diversi dal pensiero originario. Papà aveva una grossa personalità, e chi dirigeva i suoi giornali, proprio perché li aveva scelti lui, anche. E così prima o poi, fatalmente, arrivava il patatrac».
Prima, però, c’era fatalmente il boom. Quello dell’Europeo, il precursore-prototipo di tutti i grandi rotocalchi del dopoguerra con le sue pagine-lenzuolo e le gigantesche fotografie raccontate dai principi del giornalismo, le cronache ricche di particolari e le inchieste-denunce, fu un successo fulminante: vendette 20mila copie nei primi mesi arrivando a 300mila nel giro di due anni. E le altre pubblicazioni della casa non erano da meno. «Nel ’53, solo con le riviste, mio padre faceva un milione di copie alla settimana. Un milione, si rende conto? Poi arrivò la guerra di Corea, l’aumento del prezzo della carta, la crisi...». Che Mazzocchi, come in tutte le altre cose, intuì prima degli altri. Per un po’ resiste, poi la decisione: vende L’Europeo a Giorgio De Fonseca, Settimo giorno alla Vitagliano e regala Il Mondo a Carandini. «E finalmente si può dedicare alla sua grande passione: l’auto. Anche in questo ha visto lungo, più di tutti gli altri. Capì la rivoluzione che stava avvenendo, vide il futuro». Vide una rivista mensile dedicata all’auto proprio nel momento in cui in Italia sta partendo un processo di motorizzazione di massa, vide una rivista mensile sempre “dalla parte dell’automobilista”, vide un giornale che, come l’auto, doveva essere un simbolo di libertà: «Vogliamo che l’auto diventi per tutti un mezzo per vivere meglio», scrisse nel primo editoriale. Vide Quattroruote. È il 1956 e da allora, da subito, fu la rivista di automobili più diffusa e letta in Italia alla quale seguiranno le “sorelle” TuttoTurismo e TuttoTrasporti.
«Fu editore e direttore di Quattroruote fino alla morte. Tra i suoi tanti capolavori fu il suo Capolavoro. Il giornale nel quale condensò il meglio delle sue qualità migliori: l’istinto, l’entusiasmo, la capacità di capire gli uomini, il coraggio di rischiare, il sapere essere un precursore, il trasformare in lavoro una passione».
Passione: quella per le macchine. «Papà era molto grosso, oscillava dai 90 ai 120 chili a seconda delle diete, non era un grande camminatore, nato settimino soffriva di una lussazione congenita all’anca, credo fosse anche per questo che amava le macchine». Si favoleggia che Gianni Mazzocchi ne avesse 200. «Cento, duecento, trecento.. Chi lo sa? E comunque tante ne aveva tante ne regalava con i concorsi che promuoveva la rivista. Le macchine andavano e venivano: le provava, le comprava, le ridava via. Quale amava di più? Tutte e nessuna: era orgoglioso della prima Citroën DS, quella che si alzava e s’abbassava, adorava le macchine sportive, le Alfa soprattutto, gli piacevano anche le Ferrari, credo che ne abbia avute quattro o cinque, poi magari le lasciava per strada. Sì, per strada: sta andando in Spagna, si rompe la macchina a Perpignan e lui la pianta lì. Gli piaceva il comfort, andare forte e cantare al volante. Era un creativo, come sul lavoro. Il tecnico di famiglia era un cugino ingegnere, che s’inventò le prove su strada, papà invece inventò un modo di fare giornalismo». Giornalismo di servizio e giornalismo civile. Condusse aspre battaglie contro l’abolizione della tassa di Suez nel 1959, che costrinse il Governo ad abbassare il prezzo della benzina; spinse per la costruzione dell’Autostrada del Sole, che altri invece consideravano impossibile o inutile; battagliò per l’abolizione della corsia centrale di sorpasso comune ai due sensi di marcia; volle obbligatorio il faro retronebbia rosso; e tante altre cose ancora. Come tanti altri ancora furono i suoi giornali: Storie vere sul modello dell’americana True Story; Stile Industria, nata nel ’54 per «promuovere la dimensione estetica del prodotto»; Quattrosoldi, che nel 1961 insegnava agli italiani a saper spendere: “Educare a veder chiaro nei conti, sia in quelli dello Stato, sia in quelli del droghiere”, era il suo motto.
Gianni Mazzocchi. Uno che preferiva avere il meno possibile da spartire coi potenti («Si è tirato via dai settimanali anche perché a un certo punto rischiava connivenze politiche che non amava»), europeista convinto («Nel ’44, un anno prima dell’Europeo, pubblicò un giornale clandestino che si chiamava L’Unità europea, mi dica Lei...»), una predilezione per gli hobby sedentari («leggere soprattutto: un libro a notte e sette giornali al giorno»); sensibile al fascino femminile («Per racconti raccontati so che amava moltissimo le signore, ma non ha mai procurato crisi familiari»); creativo allo stato puro («Oggi vincerebbe la palma d’oro per il marketing»), amico di scrittori, giornalisti, intellettuali («Ma il suo maestro fu Luigi Einaudi»), un amore ricambiato per Milano («Questa è stata la città che gli ha dato le possibilità di poter fare quello che voleva, e non se l’è mai scordato»), un unico rimpianto («be’, certo che un quotidiano tutto suo gli sarebbe piaciuto»), appassionato di opera lirica («La Scala era un posto dove lo si poteva trovare spesso»), del buon cibo («Anche al Savini, se è per questo») e del suo lavoro («Ha sempre lavorato per divertirsi. Dava sempre l’impressione che fosse tutto un gioco, una cosa che ha trasmesso anche a me»), mille progetti realizzati e uno no: «A Papà sarebbe piaciuto scrivere un libro per raccontare la sua vita, ma rinunciò perché diceva che soltanto con tutti gli errori e le cose non fatte avrebbe riempito cento pagine».
Gianni Mazzocchi è morto nell’84. Dieci anni dopo la sua casa editrice gli ha dedicato un libro raccontando tutti i suoi successi e le cose fatte. Di pagine ne ha centodieci.