Perché copiare la sinistra che ha perso?

In un’intervista che potete trovare oggi nelle nostre pagine di cultura, il politologo Gianfranco Pasquino ha ammesso, anzi denunciato, la bancarotta intellettuale dell’Associazione Il Mulino, prestigioso pensatoio del mondo progressista italiano. Particolare non irrilevante, Pasquino della rivista del Mulino è stato anche direttore: parla, quindi, di qualcosa che ben conosce.

Fin qui non ci sarebbe nulla di sorprendente. Che gli intellettuali «non capiscano la società che dovrebbero interpretare e migliorare» (parole di Pasquino) non è una novità. L’intellettuale cade spesso nella tentazione di commentare e ridisegnare il mondo a tavolino, restando curvo sui libri anziché mettere il naso fuori dalla biblioteca per osservare e ascoltare quel che realmente avviene. La teoria - la propria teoria, naturalmente - è considerata più importante della realtà. E «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà», diceva Hegel.

Pasquino ha esteso il fallimento del Mulino a tutto il milieu intellettuale della sinistra, espressione tautologica perché in Italia, come sappiamo, non può esserci «intellettuale» se non «di sinistra». Dice testualmente il politologo ex direttore del Mulino: «L’elaborazione teorica della sinistra avviene a livello di idee e non di confronto con quello che succede, col Paese reale». A questo punto la vera novità potrebbe essere questo onesto mea culpa. Ma in fondo, a ben pensarci, non è nemmeno la prima volta che da sinistra filtrano voci autocritiche, ammissioni di un distacco dalla realtà, autodenunce di una po’ grottesca spocchia intellettuale.

L’ha fatto coraggiosamente anche Edmondo Berselli, pure lui ex direttore del Mulino, nei suoi libri Venerati maestri e Sinistrati. E poi, benemeriti furono già certi film di Nanni Moretti, a partire da Ecce Bombo, per mettere alla berlina un mondo che si ritiene «antropologicamente superiore», come da definizione, sommamente modesta, di Eugenio Scalfari. E allora, quel che ci pare veramente sorprendente è altro. È che proprio mentre il mito progressista vacilla e si autoflagella, proprio mentre un ex direttore del Mulino dice «non abbiamo capito niente» e il Pd annaspa in una crisi più di identità che di risultati elettorali, una strana sindrome sembra colpire coloro che avrebbero pieno titolo, oggi, per alzare la mano e dire: dunque avevamo anche noi le nostre ragioni. Lo vediamo in tanti uomini politici che proprio da una certa intellighenzia di sinistra sono stati, per decenni, emarginati, considerati carcasse del passato. Ieri, tanto per fare uno solo dei possibili esempi, Gianfranco Fini ha detto a Porta a porta di non trovarci «nulla di male» se a volte viene «etichettato come uno di sinistra».

E non l’ha detto per caso. L’ha detto perché ormai è qualche anno che Fini sorprende per affermazioni in piena sintonia con quel mondo politically correct da cui era lontanissimo negli anni in cui esserne lontanissimi era tutt’altro che facile. È vero che non c’è nulla di male, per un uomo di destra, nell’avere anche pensieri di sinistra: solo gli ottusi non sanno riconoscere, di volta in volta, le ragioni degli altri. Sono però il numero e la frequenza di certe uscite - quasi sempre in contraddizione con i propri convincimenti passati - a stupire. La battuta di un «Fini candidato ideale per la guida del Pd» l’ha lanciata il nostro Solinas su queste colonne, ma non è nata dal nulla. Anche nella Chiesa - che pure avrebbe molti motivi per avvertire una sorta di rivincita - si sprecano le sortite di vescovi e teologi che sembrano più preoccupati di avere il plauso di Repubblica che non quello del proprio gregge. Ecco: il plauso di Repubblica; l’imprimatur di un certo «giro» progressista nei confronti del quale si continua ad avvertire un complesso di inferiorità. Sembra questa la sindrome di cui parlavamo.

È qualcosa di molto simile alla «sindrome di Stoccolma», che porta gli ostaggi, una volta liberati, a prendere le difese dei propri rapitori. Per decenni, chi non stava a sinistra si è sentito ostaggio di un’egemonia culturale che non gli concedeva lo status di essere pensante. E ora che potrebbero sentirsi «liberati», molti paiono ossessionati dal bisogno di una legittimazione da parte degli ex «nemici». È comprensibile, perché la sindrome di Stoccolma esiste ed è stata ampiamente studiata. Come patologia, però.