Era il Michael Jordan dell'auto e il mercato ora lo rimpiange

In molti si chiedono, con buona ragione, cosa sia successo ieri in Borsa di così grave, da far perdere al titolo Fiat più del 15 per cento. Proprio nel giorno in cui Sergio Marchionne, dopo una breve malattia, ci ha lasciati. Il mercato, come si sa, anticipa i fenomeni e non li segue. E il giorno clou è stato lunedì, con gli improvvisi consigli di amministrazione del Lingotto convocati nel week end, e la sostituzione di fretta e di furia di Marchionne con l'inglese Manley. Insomma, lunedì il mercato era perfettamente a conoscenza della malattia irreversibile del suo amato ceo e della sostituzione in corsa: eppure nessun crollo, un modesto arretramento dell'1,5 per cento, subito riguadagnato martedì. E siamo a ieri, al mercoledì nero della Fiat. Per un lutto impensabile fino a poche settimane fa e per il tracollo di Borsa.

E allora cosa è successo di così grave? Semplice. Il nuovo amministratore delegato, uomo comunque molto vicino alla passata dirigenza, ha presentato un profit warning sui conti del primo semestre. Un allarme profitti. «Non rispettiamo - ha più o meno detto - ciò che aveva promesso Marchionne. Raggiungeremo gli obiettivi previsti nel piano al 2022, ma non quelli del 2018». Sia chiaro, nulla di così grave. Il margine operativo netto sarà inferiore del 20 per cento a quanto annunciato, ma comunque pari a 1,6 miliardi. Alla fine si parla di un gruppo che dovrebbe chiudere l'anno con un fatturato superiore ai 110 miliardi.

Anche a guardare freddamente la reazione della Borsa le cose appaiono diverse. Dall'inizio dell'anno il titolo ha fatto un saliscendi pazzesco è arrivato a 19 euro con un balzo del 30 per cento. Con il crollo di ieri la performance dall'inizio dell'anno segna un meno tre per cento. Meglio ad esempio di una società assimilabile (perché altrettanto sbilanciata sul mercato americano per la generazione dei suoi utili) e cioè la General Motors, che dal primo gennaio a ieri ha perso il doppio e cioè il sette per cento.

Non si può però negare un effetto Marchionne. Come ci ha detto un broker americano la Fiat senza di lui è come i Chicago Bulls senza Michael Jordan, rischia di non vincere più per un bel po' di anni. Non è la prima volta che la Fiat annuncia un profit warning in 14 anni, ma è la prima senza Marchionne che racconti al mercato un sogno, che getti la palla in un altro campo. Il mercato dopo l'affare Chrysler, ma sarebbe meglio dire Jeep, si fidava di lui. E se i conti ordinari non andavano per il verso giusto, sapeva che qualcosa di straordinario sarebbe uscito dal cappello: la quotazione di Ferrari, lo scorporo di Magneti. Ora sarebbe stato il giro delle alleanze. Il futuro è quello dei nuovo motori: il diesel europeo sembra finito. E per l'elettrico ci vogliono molti investimenti. Fiat da sola non può farcela. Marchionne ha fatto credere di avere un asso nella manica che prima poteva essere quello di General Motors poi quello di Volkswagen e poi un asiatico. Insomma un profit warning di 400 milioni di euro di margine operativo con un Marchionne alla guida e proiettato a fare un gruppo auto da 300 miliardi era sopportabile. Se si rientra nella normalità in una Fiat senza Marchionne, un profit warning, come direbbe Freud, è un profit warning.

Commenti

tonipier

Gio, 26/07/2018 - 10:59

" ESSERE SEMPRE PESSIMISTA NON VA BENE?" Bisogna guardare avanti per poter continuare la sua opera d'arte.