Lo scambio Kiev-Mosca un passo verso la pace

Il regista Sentsov e i 24 marinai sequestrati tra i 70 prigionieri coinvolti nell'operazione

Il comico non scherza. Ma neanche lo Zar. E così la pace nel Donbass sembra finalmente più vicina. Lo scambio di 70 prigionieri 35 russi e 35 ucraini - trasportati da Mosca a Kiev, e viceversa, su due aerei decollati e atterrati contemporaneamente nelle due capitali conferma le tesi di quanti sostenevano che l'elezione alla presidenza ucraina di Volodymyr Zelensky avrebbe giovato alla distensione con la Russia. Lo scambio di prigionieri è il più concreto segnale di riavvicinamento registrato dalla crisi Ucraina del 2014 e dalla successiva annessione russa della Crimea.

Anche perché tra quei 70 ex-prigionieri vi sono dei nomi simbolo. Nomi che hanno pagato con la galera l'annessione della Crimea e quella guerra del Donbass tra i miliziani filo russi e l'esercito di Kiev costata oltre 14mila vite. Tra i personaggi di spicco sbarcati a Mosca vi sono il corrispondente da Kiev dell'agenzia russa Novosti, Kirill Vyshinsky, incriminato per tradimento per aver rinunciato alla cittadinanza ucraina mantenendo soltanto quella russa. Con lui è atterrato a Mosca anche Vladimir Tsemakh, il comandante filo-russo del Donbass accusato di controllare la batteria di missili antiaerei responsabile dell'abbattimento del volo Mh17 nel 2014. A Kiev sono sbarcati, invece, il regista ucraino Oleg Sentsov, arrestato in Crimea nel 2014 e insignito del Premio Sakharov nel 2018, e i 24 marinai e agenti di sicurezza ucraini fermati a novembre nello Stretto di Kerch quando le motovedette russe bloccarono e sequestrarono tre navi ucraine dirette dal Mar Mero al Mar di Azov.

Al di là della liberazione dei prigionieri quel che più conta è l'avvio di un negoziato. Un'apertura che era sembrata impossibile finché l'Ucraina era rimasta sotto la guida di Petro Poroshensko. L'ex comico Zelensky, che fin dalla campagna elettorale aveva annunciato di voler trovare uno sbocco al conflitto, sembra dunque deciso a rispettare gli impegni. Ma per fare la pace bisogna sempre essere in due. Da questo punto di vista è dunque fondamentale anche la disponibilità di un Vladimir Putin considerato il «padrino» degli insorti del Donbass. Una disponibilità di cui si era incominciato a sussurrare alla vigilia dello scorso G7 quando il presidente russo era volato in Francia per incontrare il presidente Emmanuel Macron. Un vertice indispensabile per riaprire una trattativa regolata dagli accordi di Minsk e basata sulla mediazione di Germania e Francia.

Le dichiarazioni che hanno fatto da cornice allo scambio dei prigionieri confermano il clima di apparente distensione. Zelensky ha accolto i 35 compatrioti all'aeroporto Borispol, parlando di «primo passo» verso la «fine di questa orribile guerra». Parole confermate a Mosca dalla portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova che parla anche di «passo molto importante». E a incoraggiare la pacificazione è arrivato anche il tweet con cui il presidente americano Donald Trump ha salutato l'«ottima notizia».