La psicologa «Colpa degli adulti, danno messaggi contraddittori»

«Intanto va detto che la dipendenza è un percorso lungo. Non è che uno si accende la sigaretta e subito ne diventa schiavo. Il problema è che manca un'azione mirata sulle scuole medie. Abbiamo attivato un bellissimo progetto per i bambini delle elementari, manca qualcosa di simile per i più grandicelli».
Voi lavorate molto con le scuole superiori?
«Sì, ma alle superiori il problema del fumo è già più strutturato. L'accendersi la sigaretta serve ai ragazzi per affrontare i momenti d'ansia e di insicurezza».
Perché è così difficile arginare il fenomeno?
«Perché come adulti abbiamo una posizione ambigua rispetto a questo problema. Lì non si può fumare, ma là si può fare. Non prendiamo mai una posizione netta, scriviamo sul pacchetto che fa male però vendiamo le sigarette. È questa ambiguità che trasmettiamo ai ragazzi».
Anche le droghe sono cambiate, la sigaretta invece no. Qual è il suo fascino per un ragazzino?
«Resta il primo modello di identificazione con il mondo adulto. Se fumo divento grande e ho accesso a chissà quali sensazioni».
Quali sono i progetti che metterete in campo nel futuro?
«Sicuramente colmare la frattura alle scuole medie che in fatto di prevenzione restano l'anello debole del percorso scolastico. Poi ben vengano i progetti anche se le scuole non hanno molte risorse economiche e magari privilegiano altre offerte. In un anno accediamo a neppure il 10 per cento degli istituti milanesi. Mettiamo un piccolo seme. Speriamo di raccoglierne i frutti».
Avete potuto toccare con mano qualche risultato?
«Certo è un sogno pensare che un ragazzino che a quell’età sfoggia con orgoglio la sigaretta smetta all’improvviso dopo aver partecipato a uno dei nostri progetti. Ma l’importante è cominciare, informando innanzittutto e dal “seme” spesso arriva il frutto».
AlPas