Il reato è politico

Tempo fa mi è capitato di conoscere il procuratore generale di Milano, Mario Blandini. È un tranquillo napoletano, serio e di poche parole. Immagino i grattacapi che ha dovuto affrontare in questi giorni, dopo che il Giornale ha pubblicato il verbale del comandante della Guardia di finanza che accusa Vincenzo Visco d’aver esercitato pressioni per il trasferimento dei vertici della Gdf della Lombardia. Blandini ieri è stato costretto a intervenire sul caso e ha cercato di gettare acqua sul fuoco che rischia di bruciare il viceministro dell’Economia. Ovviamente tg e siti internet si sono aggrappati alla dichiarazione del Pg per chiudere il caso, anzi seppellirlo. Ma Blandini, pur pesando le parole, è stato chiaro: l’indagine milanese non era a carico di Visco, ma dei quattro ufficiali che il sottosegretario voleva trasferire. Il brusco tentativo di rimozione dei vertici lombardi delle Fiamme gialle aveva fatto sospettare che i quattro fossero passibili di censura e perciò Milano aveva aperto un’inchiesta disciplinare, che si è conclusa con un’archiviazione: i militari che indagavano su Unipol sono immacolati.
Quanto al viceministro, Blandini si è limitato a dire che, durante gli interrogatori, non sono emersi, in modo prepotente, gli estremi per una comunicazione di reato a carico di Visco. Un’operazione di raro equilibrismo, che non nega i fatti, ma non li ritiene penalmente rilevanti. Mi ricorda la lettera del procuratore capo Manlio Minale sulla telefonata Fassino-Consorte, quando scrisse che l’intercettazione non era interessante ai fini dell’indagine (ma le stesse telefonate sono ora al vaglio del Gip).
La fretta di archiviare questo caso ha fatto fare uno scivolone anche all’Avvocato generale dello Stato, che si è lanciata nella pericolosa dichiarazione che segue: «È una faida preelettorale tra i partiti. Per me è una faccenda sepolta». Peccato che il 14 maggio, interpellata dal nostro Gianluigi Nuzzi, avesse dichiarato: «Questa è un’indagine talmente delicata che nemmeno io so di averla».
Ma chi muore dalla voglia di archiviare tutto prima che qualcuno archivi lui, è lo stesso Visco. Il viceministro, dopo aver provato ad accusare noi d’aver manipolato il verbale del comandante generale delle Fiamme gialle, se l’è presa direttamente con l’alto ufficiale, tacciandolo di menzogna e minacciando querele.
Si dà però il caso che, come riportiamo nelle pagine interne, ci siano altri generali che confermano ciò che ha detto Roberto Speciale. Interrogato il 6 dicembre, il generale di corpo d’armata Sergio Favaro fece mettere a verbale: «Il discorso della sostituzione degli ufficiali dirigenti fu una proposizione di Visco (...). Non conosco le ragioni che possano aver indotto il viceministro a chiedere di disporre ulteriori trasferimenti concernenti i dirigenti di Milano». E il generale Italo Pappa, da parte sua: «Il viceministro mi rappresentava l’opportunità di valutare la possibilità di movimentare ad altri incarichi alcuni ufficiali della sede di Milano, precisando a mia specifica domanda che non esistevano motivazioni specifiche per trasferire gli interessati».
Fu Visco a ordinare i trasferimenti, sempre lui a spiegare che non c’erano esigenze di servizio per disporre la decapitazione dei comandanti delle Fiamme gialle di Milano. Parola di quattro generali contro quella di un viceministro. Può darsi che nel comportamento del sottosegretario non ci sia nulla di penalmente rilevante, ma in un Paese normale la menzogna è un reato politico e lascia una sola via d’uscita: le dimissioni.