Il record di Prodi

La crescita dei prezzi al 3,3 per cento in Italia non è un fenomeno isolato. Ieri è stata resa pubblica anche l’inflazione europea, che a marzo ha fatto segnare un balzo al 3,5 per cento. Per noi, come per il resto dell’Europa, ha pesato l’andamento dei prezzi dei generi alimentari e il costo del petrolio e dunque dei suoi derivati. Per la verità in Italia, come notava ieri il centro studi Isae, vi è anche una piccola distorsione statistica: il calo dei prezzi della telefonia mobile che si è registrato a marzo del 2007 e che oggi ha perso effetto. Dunque il confronto anno su anno è sfavorevole.

Resta un dato di fondo: in Italia un aumento dei prezzi così significativo non si registrava dal 1996 e in Europa si tratta del livello massimo dalla nascita dell’euro. Un certo tasso di inflazione (che resta un veleno mortale per l’economia di mercato) può anche essere temporaneamente accettato sull’altare di una forte crescita economica. I fattori produttivi scarseggiano e dunque le tensioni sui prezzi salgono. Il punto è che in Italia di crescita economica non c’è il minimo sentore. Le ultime, riviste, previsioni, parlano di un aumento del Pil per l’anno in corso dello 0,5 per cento. Il veleno assume così un effetto ancora più letale.

I redditi delle famiglie non crescono, poiché l’economia non gira, ma nel contempo il loro potere di acquisto crolla. A ciò si aggiunga che la Banca centrale europea ha nel suo Dna (e statuto) quello di tenere a bada la crescita dei prezzi: e dunque, indipendentemente dalla crescita, tenere alti i tassi di interesse se vi sono in giro focolai inflazionistici. Una specie di incubo: i redditi delle famiglie non salgono, i tassi di interesse restano alti e il potere di acquisto scema. Un cocktail micidiale che verrà ingurgitato dagli italiani. Da noi, più che nel resto dell’Europa, la crescita è al lumicino e dunque da noi, più che nel resto dell’Europa, i morsi ingiusti dell’inflazione si faranno sentire.

Si possono infine fare due ultime considerazioni. Vi è un rimedio populistico e di forte impatto immediato sull’opinione pubblica: e si chiama controllo dei prezzi. Poiché questi ultimi salgono, si decide di porre freno in qualche modo, più o meno dirigistico, alla loro salita. È come curare una polmonite con l’aspirina: qualche primo effetto si ha all’inizio, ma alla fine si perde il paziente. Vi è una seconda strada, più difficile: i suoi risultati arrivano con il tempo e dunque gli effetti positivi non si raccolgono immediatamente. È la ricetta, quasi banale a ripeterla, di immettere maggiori dosi di concorrenza nel sistema e far crescere il mercato. È di tutta evidenza che i mercati più competitivi (quello della telefonia mobile ad esempio) hanno visto i loro prezzi ridotti nel tempo. Mentre quelli protetti, è il caso dei servizi pubblici locali, hanno visto una crescita delle tariffe doppia rispetto all’inflazione ufficiale.

L’energia fa storia a sé. Il costo (dunque non si tratta solo degli incrementi nel tempo, ma anche del suo valore assoluto di partenza) dell’energia elettrica in Italia è molto maggiore rispetto al resto dell’Europa. La scarsa concorrenza nel settore (che solo ora si sta aprendo) rappresenta però solo una piccola parte di questo extracosto. La fetta più importante deriva dalla sciagurata scelta, mantenuta fino ad oggi, di non dotare il Paese di energia a basso prezzo come quella nucleare. Abbiamo ballato all’indomani del referendum in cui gli italiani hanno bandito il nucleare, inneggiando alla saggezza della nostra lungimirante scelta. E oggi paghiamo. Qualche volta la politica fa dei danni e noi giustamente lo ricordiamo. Converrebbe che i tanti cittadini contrari al nucleare (vero care associazioni dei consumatori?) si facessero un bell’esame di coscienza.
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