La rivoluzione Fiat un anno dopo la morte di Agnelli

Il 27 maggio è il primo anniversario della scomparsa. L’ex presidente sarà ricordato con una messa a Torino

Pierluigi Bonora

da Milano

Un anno fa, nella notte tra il 27 e il 28 maggio, moriva Umberto Agnelli. L’ex presidente della Fiat sarà ricordato venerdì pomeriggio con una messa al Santuario torinese della Consolata. Il 24 gennaio del 2003, lo stesso giorno della scomparsa del fratello Gianni, la famiglia Agnelli lo aveva indicato come nuovo punto di riferimento. «Il modo migliore per ricordare l’Avvocato - disse il giorno delle esequie del fratello - è andare avanti, tenere duro». E così è stato. Umberto Agnelli ha preso le redini del gruppo nel momento più difficile. La Fiat, infatti, era appena uscita da un 2002 fortemente negativo. Al Dottore si deve l’avvio del piano di risanamento dell’azienda e la volontà, una volta resosi conto dell’impossibilità di cedere il settore alla Gm, di rilanciare l’Auto.
Gianluigi Gabetti da una parte, come «custode» dell’impero finanziario della famiglia Agnelli e Luca di Montezemolo, dall’altra, nominato successore di Umberto alla guida del gruppo Fiat, sono gli uomini che in questo momento hanno in mano il futuro della più importante industria del Paese.
Un anno dopo la morte del Dottore il Lingotto ha completamente cambiato pelle. L’arrivo di Sergio Marchionne come amministratore delegato al posto di Giuseppe Morchio, dimessosi il giorno successivo i funerali di Agnelli (il suo progetto di scalare la Fiat era stato respinto senza mezzi termini dalla famiglia), ha impresso all’azienda una forte accelerazione sulla via del risanamento. Tutto, o quasi, è cambiato in via Nizza. Nel consiglio di amministrazione John Elkann, nipote prediletto dell’Avvocato, è diventato vicepresidente mentre ad Andrea, figlio di Umberto, è stato riservato un posto. In questo modo il cognome Agnelli non è scomparso dalla stanza dei bottoni del Lingotto.
Dal 28 maggio 2004, come detto, la Fiat è molto cambiata. Marchionne, con il pieno sostegno della famiglia, per far quadrare i conti non ha guardato in faccia a nessuno. Ha licenziato o messo nello condizioni di andarsene amministratori delegati e direttori di primo livello, rimescolato le carte negli organigrammi, tagliato le spese e rivoluzionato il modo di vivere del Lingotto. I primi risultati della cura sono arrivati (i conti, a livello di gruppo, migliorano), ma Fiat Auto continua ad avere la febbre alta. Le quote di mercato sono crollate e la situazione è sempre pesante. Il futuro per Fiat, Lancia e Alfa Romeo rimane un’incognita: la corsa contro il tempo continua, ma i ritardi accumulati nel passato, insieme a gestioni discutibili, hanno di fatto creato gravi vuoti nella gamma, soprattutto nei segmenti dove gli italiani hanno sempre dominato. Per tappare le varie falle ed evitare pesanti contraccolpi occupazionali (e politici), Marchionne continua ad azionare la leva della cassa integrazione con la promessa di non chiudere stabilimenti in Italia.
Lo stesso amministratore delegato, prossimo al primo giro di boa, è riuscito a portare a termine il divorzio dalla General Motors, strappando agli americani 2 miliardi di dollari come risarcimento per la cancellazione della put option. «Sul put non ci sarà battaglia», aveva pronosticato Agnelli pochi mesi prima di morire. Ma così non è stato. E alla fine di un estenuante braccio di ferro, Marchionne ha chiuso la querelle anche se, da più parti, la soluzione del caso è stata letta diversamente: Gm, in crisi, ha sborsato 2 miliardi di dollari pur di non portare a casa una Fiat Auto comatosa.
Chiuso il capitolo Detroit, sui tavoli di Montezemolo e Marchionne è arrivato il dossier convertendo: ovvero il prestito di 3 miliardi accordato da un pool di banche con l’accordo che, se il Lingotto non avesse restituito i soldi entro il prossimo settembre, gli stessi istituti sarebbero diventati azionisti della Fiat. Ed è questa la direzione che Intesa, SanPaolo Imi, Unicredito e Capitalia prenderanno visto che il Lingotto ha già fatto sapere di non poter restituire i 3 miliardi. Gli Agnelli, a questo punto, scenderanno al 22% dal 30% attuale mentre, ma solo insieme, le banche avranno la maggioranza delle azioni. Entro settembre, la holding Ifil dovrebbe scoprire le carte e, attraverso il suo presidente Gianluigi Gabetti e l’amministratore delegato Daniel John Winteler, svelare come e con quali mezzi intende mantenere il controllo del gruppo. Infine, un anno dopo la sua morte, la Juventus ha voluto ricordare Agnelli a modo suo: conquistando lo scudetto numero 28. Un atto dovuto anche per Fabio Capello, l’ultimo dono di Umberto alla sua Juve.

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