Salviamo il concertone del primo maggio

«The show must go on», e siamo noi a dirlo, che pure quello spettacolo lo critichiamo da anni. Parliamo del primo maggio, una festa che deve celebrarsi, e questo giornale, che non è mai stato tenero con la Cgil, e non si è mai fatto velo di fare controinformazione anche su gli altri due sindacati confederali, vorrebbe sommessamente dire che se non dovesse aver luogo il tradizionale concerto di piazza San Giovanni a rimetterci non sarebbero solo i promotori di quell’appuntamento, ma tutti noi, perché quando in un Paese si spegne una luce, chi ha a cuore i destini di quel Paese non può certo gioire (anche se quella luce, o il suo colore non gli piacciono).

È vero, il concerto del primo maggio è un contenitore in cui spesso si è confuso tutto e il contrario di tutto. In molte occasioni è diventato un palco incandescente in cui il gusto per la dissacrazione ha celebrato i propri riti: tutti ci ricordiamo gli inni di Piero Pelù al preservativo e qualche stoccata di troppo al Papa: tutti abbiamo ancora nella mente la polemica più recente, quella furibonda fra il comico Andrea Rivera e l’Osservatore Romano per le accuse (...) [TESTO-INFRA](...) [TESTO]alla Santa Sede di «non essersi evoluta», e di essere amica dei tiranni. Eppure, il primo maggio è la festa dei lavoratori rivisitata nella migliore chiave di lettura che la modernità oggi ci consenta. Calare il sipario di quel palco perché mancano i fondi, o perché si vuole dare un segnale di estrema moralistica sobrietà, sarebbe un tradimento dello spirito con cui quella data era nata, la festa che andava celebrata comunque anche quando si stringeva la cinghia.

Se il primo maggio è stato festeggiato anche nei giorni in cui le libertà democratiche erano soppresse, sarebbe perlomeno curioso gettare la spugna di fronte alla crisi, ammainare davanti ai mercati la bandiera che aveva retto alla tempesta della lotta di classe. Quanto all’argomentazione della sobrietà, ci permettiamo di mettere in discussione anche quella. Proprio nell’anno in cui si celebra Giuseppe Di Vittorio fino a trasfigurarlo in una fiction, forse bisognerebbe recuperare le sue pagine sui cafoni che passano mesi a faticare, ma che nel giorno di festa tiravano fuori il vestito buono, e si tiravano a lucido. L’etica del lavoro di una volta, anche quando era una lavoro durissimo, aveva come contraltare l’estetica della festa, così come dopo la Quaresima arrivava la Pasqua anche nell’Italia degli anni trenta in cui - nelle famiglie popolari - la carne si mangiava solo la domenica.

Ecco, ammainare una bandiera, smontare un palco, imbastire il lutto, vorrebbe dire darla vinta al male oscuro che attanaglia la nostra economia, garantire la sconfitta di tutti - imprenditori e lavoratori - ridursi a praticare la lotta di classe al contrario, anche contro se stessi e contro il sistema Paese. Per cui fatela, cari sindacati, quella festa, tirate la cinghia poi, o meglio ancora caro Epifani, elimini prima qualche manifestazione superflua. Quella festa non è una parata effimera, è il giusto premio che segue al lavoro, è un simbolo. Celebratelo, questo rito, non togliete il palco alle cadute demagogiche dei presentatori o alle trasgressioni radical chic di qualche rockstar in cerca di titoli sui giornali. Noi vi promettiamo che non risparmieremo le nostre critiche. Voi, però, non risparmiate sulla vostra festa.