In scena la storia d’Italia raccontata dai briganti

Un contadino, una popolana, un barone e un soldato piemontese. In un mosaico di immagini che si rincorrono su schermi sovrapposti, come apparizioni fantasmagoriche che accompagnano le parole del narratore, si dispiega un racconto corale che incrocia voci e punti di vista differenti. In scena (fino al 9 novembre) «Terra Promessa. Briganti e migranti», lo spettacolo diretto da Felice Cappa e interpretato da Marco Baliani che, in occasione della celebrazione del 150 anni dell'unità d'Italia, riporta alla memoria le origini sottese alla «questione meridionale», incrociando la riflessione anche sulle migrazioni contemporanee, mettendo al centro del racconto scenico il fenomeno del brigantaggio attraverso le parole di un protagonista di quegli anni: un brigante lucano. Lo spettacolo nasce dall'osservazione delle contraddizioni che dividono l'Italia di oggi, un paese di migranti che non sa come risolvere il problema degli immigrati, che spesso respinge e che «si mette alla finestra» a guardare i nostri giovani partire verso altri luoghi per trovare soluzioni, economiche e di vita, migliori. Ma al di là della celebrata unificazione, l'Italia è soprattutto un Paese che ha due anime, un nord e un sud che non sanno ancora purtroppo dialogare, spaccato in due da una politica che sottolinea i contrasti e non li risolve. Trovare le radici di questo problema significa «affondare» la ricerca in un terreno antico quanto l'Italia e comprendere che molte delle fratture che attraversano il nostro paese sono ferite che risalgono proprio al processo di unificazione.
La storia del brigante lucano, Carmine Crocco, diventa quindi il pretesto per riflettere sulla vita di tanti contadini del sud e del nord Italia, le cui vicende forniscono una chiave per interpretare la storia recente del nostro paese. Quello del brigantaggio è infatti un capitolo nella storia d'Italia, rimosso e occultato. È stato invece una vera e propria guerra civile che ha avuto come conseguenza la migrazione di migliaia di contadini, al termine di quei sanguinosi anni. È stato questo infatti il destino di otto milioni di uomini e donne, del sud e del nord Italia, che negli anni della nascita del nuovo stato italiano furono costretti a lasciare il Paese. Gli autori - Marco Baliani, Felice Cappa e Maria Maglietta - hanno pensato che all'Italia servisse oggi un «racconto» che raccordi e metta in evidenza luci e ombre di un periodo storico in cui sono nate incomprensioni non ancora risolte. In «Terra promessa. Briganti e migranti», questo racconto prende forma e, attraverso il valore taumaturgico della parola, cura le ferite del ricordo evocando la memoria e le immagini di quello che è stato e prefigurando soluzioni future possibili. La parola drammaturgica - e il corpo dell'attore - danno quindi vita alla storia del brigante lucano per ripercorrere gli eventi che i protagonisti hanno consegnato alla storia. Questa fermentazione narrativa vive sulla scena all'interno di una speciale scatola luminosa, che racchiude il narratore e la sua storia in un caleidoscopio di immagini proiettate.