Tra sfortuna e calamità c’è chi non prova vergogna

(...) Le parole sono: «…ci hanno traditi, l’hanno fatto tante volte, con cinismo e determinazione, e hanno messo un guinzaglio all’illusione e per tutti oggi è un giorno brutto, troppe code di paglia stanno bruciando, troppa rabbia per chi vive ancora sperando in un mondo migliore».
No, non si può fare finta di niente in questo caso, non si può giustificare il tradimento della morale: quanto è accaduto è semplicemente vergognoso. Adler, parlando della vergogna, l’ha giustamente definita come un prodotto del sentimento sociale: in altre parole, senza vergogna, per la verità, non esisterebbe neppure la società umana. La vergogna compare, infatti, quando sono compromessi il sentimento, ed il valore della persona, e la sua dignità è persa. Adler conclude il suo saggio spiegando come il sentimento della vergogna abbia come effetto (da parte di chi lo prova) un allontanamento dall’ambiente... Ma allora il/la consigliere regionale non si vergogna? Bene, se per sfortuna sua, e nostra, egli/ella non si vergogna, come sembra evidente, allora non vi sono alternative, se vogliamo uscire da quel «giorno brutto» di cui parla la canzone di Bertoli: siano gli altri colleghi consiglieri regionali, che sicuramente avranno, loro sì, provato vergogna (per la categoria) riguardo a quanto successo, a pretenderne l’allontanamento, per evitare la calamità. Calamità, perché ho usato questo termine? Ho solo preso in prestito le parole di Benjamin Disraeli che, nel rispondere ad una domanda sulla differenza fra sfortuna e calamità disse: «Se Gladstone cadesse nel Tamigi, sarebbe una sfortuna. E se qualcuno lo tirasse fuori sarebbe, credo, una calamità».
*docente di Psicologia Medica
coord. ligure LiberalDemocratici