Pausini, l'"abbraccio" kolossal che farà il giro del mondo

A San Siro ieri due ore e mezza di show (45 brani). Palco su due livelli, 30 performer: è partito il megatour

E chissà che cosa ha pensato ieri sera Laura Pausini quando è entrata in scena in un San Siro tutto esaurito, il tramonto ancora acceso all'orizzonte. Quasi dieci anni dopo la prima volta. E per la prima volta con uno spettacolo così complesso e curato nei minimi dettagli (la regia è sua) con 875 metri quadrati di schermi, un palco su due livelli con passerelle che dentro allo stadio costruiscono «un abbraccio infinito» sul quale per due ore e mezza si muoveranno, oltre alla nostra signora del pop italiano, anche 11 musicisti, 6 coristi e ben trenta performer. «Fino a una settimana da me la tiravo dicendo che, dai, io San Siro so come si fa. Ma dall'altro ieri me la faccio sotto e ho più paura di allora».

In effetti lo spettacolo è monstre, 45 brani, talvolta compressi in medley (sono 9, tra i quali spuntano anche Simply the Best di Tina Turner e With or Without You degli U2, accennate dai coristi) oppure da soli come il primo Simili che dà il titolo all'ultimo disco ed è introdotto da un monologo nel quale si riassume un'idea che richiama il «we're one but not the same» di One degli U2: «Liberi di essere diversi ma concentrati per essere insieme». Immaginate l'ovazione del pubblico, il primo di un tour mondiale da 300.000 biglietti già venduti in tutto il mondo che, dopo Milano (anche stasera) passerà da Roma (ospiti Biagio Antonacci e forse Paola Cortellesi) e Bari (ospite Giuliano Sangiorgi dei Negramaro), decollerà da Toronto per tutta l'America e, di nuovo l'Europa. Cinque mesi di tour: «Seguo una dieta equilibrata e faccio tanta palestra perché, per fare avanti e indietro su di un palco di 80 metri per due ore e mezzo bisogna essere allenati». E lei conferma di esserlo soprattutto nella voce, che ormai ha imparato a domare anche quando ha una voglia tremenda di deragliare nell'urlo a pieni polmoni. Ora in brani come Invece no (dedicata come sempre alla nonna) oppure Primavera in anticipo, Io canto o Vivimi la modula come mai prima, dosandola verso per verso, acuto per acuto.

Un grande passo avanti. «A me piace sudare, piace lavorare perché sono pazza di questo lavoro che richiede preparazione ma non conosco nessuno che non faccia sacrifici per lavorare», ha spiegato nel backstage di un San Siro che già urlava su prato e tribune umide e strabagnati dalla pioggia. E poi, mentre correva da una parte dall'altra dell'«abbraccio infinito», prima vestita di bianco e poi di nero sempre firmata Byblos, prima di pop e qualche volta di rock (il secondo brano Resta in ascolto ha un arrangiamento molto potente), Laura Pausini ha raccontato come sempre la propria vita senza mezzi termini, presentando sugli schermi la figlia Paola (durante E' a lei che devo l'amore scritta da Antonacci), il prossimo singolo che è una carta d'identità (Ho creduto a me) e dialogando con un pubblico che in 23 anni è cresciuto con lei. Prima ai concerti della «Pau» c'erano i ragazzini, che poi sono diventati adulti e ora vengono a vederla con i figli, magari con i genitori, in uno scambio multigenerazionale che è poi la ragione sociale del pop.

Non a caso questa «ragazza per sempre» è il nostro lasciapassare nei mercati musicali mediterranei e latino americani, quelli che più sentono il bisogno di «sunpazeia» tra palco e realtà, tra artista e vita vissuta. E non importa tanto che, durante Sono solo nuvole (firmata Sangiorgi) lei sia sospesa su di un'altalena ispirata a Decalcomania di Renè Magritte. O che nella conclusiva Lato destro del cuore arrivi con un abito luminoso creato apposta da Dreamlux. Conta che, dopo 45 brani, nove medley e un bel po' di chiacchiere, le luci si spengano quando sono tutti esausti, lei e il pubblico, di cantare insieme e di essersi conosciuti una volta di più. E questo, attenzione, è l'elisir di lunga vita della musica popolare.