La star: "Cantare qui lo sognavo da studente"

Il tenorissimo tedesco Jonas Kaufmann sarà Lohengrin "un extraterrestre" che "esagera sempre"

È la punta di diamante dello spettacolo di stasera. E ammettiamolo pure, di tutta la stagione. Si chiama Jonas Kaufmann, di Monaco, 43 anni portati a meraviglia, così bene da farne un sex symbol dell’opera: ma lui, serissimo, non ci sta al gioco mediatico. E sul tema glissa. Professione: tenore. O meglio, è il tenorissimo di ultima generazione. Lo chiamano il nuovo Placido Domingo, cosa che lui gradisce, per via del colore della voce e della capacità di cambiare pelle, passando con disinvoltura dal repertorio francese a quello italiano o tedesco. È lui il protagonista di Lohengrin di Richard Wagner. È un cantante con tutti i crismi, che non delude mai. Anzi. Fu proprio Kaufmann, nel dicembre 2009, a sfuggire alla sindrome del tenore che incombeva sui colleghi i quali, puntualmente e per vari motivi, avevano guai con l’opera della Prima della Scala. Ricordate Roberto Alagna che piantò in asso direttore e colleghi in corso d’opera, cioè Aida? E Giuseppe Filianoti che, chiamato per il ruolo protagonistico di Don Carlo, venne licenziato a un soffio dall’andare in scena? In compenso, Kaufmann fu uno splendido Don José nella Carmen del 2009, il titolo che lo consacrò alla Scala lanciando, al contempo, una nuova stella: il contralto Anita Rachvelishvili (Carmen).

Kaufmann è diventato il tenore di punta, il più ricercato, amato eccetera, col tempo. Nessuna carriera bruciante. È un tipo riflessivo, ponderatore, s’è fatto i classici anni di gavetta in un teatro della straprovincia, poi ha deciso di fermarsi e reimpostare la tecnica con un nuovo maestro. Quindi è sbocciato. Il gran colpo è arrivato nel 2006 con l’affermazione al Metropolitan di New York. A dire il vero, la Scala aveva messo gli occhi su di lui già prima, durante l’era-Riccardo Muti, affidandogli una particina (Jaquino in Fidelio). 

Stasera sarà Lohengrin. Ruolo già testato altrove, anzitutto nella tana del lupo: a Bayreuth, il teatro voluto da Wagner, gestito dai discendenti e dove si rappresenta solo Wagner. Ha ridisegnato questo personaggio con il regista Claus Guth che, sappiamo, ha spostato la vicenda nel bel mezzo dell’Ottocento, ha eliminato uno dei riferimenti scenici dell’opera (il cigno), ha insomma lavorato a un Lohengrin non proprio convenzionale: come è suo tipico. Ma Kaufmann, noto per amare le regie non troppo fantasiose, dice che sì, Guth «ha fatto tante cose interessanti, non è uomo da regie tradizionali, ma non è neppure uno che scherza con l’opera». E comunque, i due hanno lavorato assieme nel 2005, a Zurigo, in Fierrabras di Schubert, ne venne poi tratto un dvd. «Ho un ottimo ricordo. Le nostre strade si erano già incrociate durante gli anni di studio a Monaco, avevamo fatto delle piccole cose, da studenti, diciamo», racconta. 

Kaufmann è il cantante assennato che prima di mettere piede in palcoscenico perlustra ogni angolo dell’animo dei suoi personaggi. Ogni volta che indossa i panni di Lohengrin, ci confessa, mi chiedo da dove venga, come è arrivato. Sembra un extraterrestre. Quando appare per la prima volta ti aspetti un supereroe e invece lui che fa? Si rivolge al cigno. In lui l’umanità si aggiunge alla persona mitica. Certo, questo doppio livello crea difficoltà», spiega. Fra i momenti che accendono i dubbi di Kaufmann c’è il terzo atto, quando Lohengrin dichiara amore a Elsa. «Esagera nelle sue spiegazioni, nel descriversi, nel vuotare il sacco. Mi dico: forse vuole impressionare la fidanzata? Alla fine credo che Lohengrin capisca che tutto è frutto del suo sbaglio. Il suo piano è andato a pezzi, è crollato, distrutto dalle sue emozioni. Ha sbagliato miscelando la sua missione con la sfera privata. Ecco perché la sua ultima aria non è eroica. Alla fine è distrutto, depresso, forse si vergogna». 

Come in Carmen, anche per l’opera di questo Sant’Ambrogio Kaufmann sarà diretto da Daniel Barenboim. Cosa contraddistingue questo direttore? «Non fa mai nulla di ovvio, cerca sempre di trovare nuove prospettive tiene vivo lo spettacolo dunque. Ricordo che una volta andammo in scena dopo aver fatto pochissime prove, quasi improvvisammo ma proprio per questo l’esito fu eccellente». Quanto alla Scala, il tenorissimo pensa alla sua «tradizione imbattibile, alla collezione di prime mondiali». Poi, diplomaticamente, prende le distanze osservando che «un teatro non può sempre mantenere lo stesso livello e io non conosco nei dettagli la situazione della Scala per dire a che livello appartenga oggi. So che da studente di canto avevo un sogno, quello di cantare alla Scala».

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