Tar riapre la moschea degli aspiranti kamikaze "È un circolo culturale"

Il tribunale amministrativo boccia la giunta di Giussano e riabilita l’associazione dei due processati per terrorismo

Una associazione culturale non è una moschea: anche se vi si ritrovano abitualmente fedeli dell’Islam, e vi si raccolgono in preghiera rivolti verso la Mecca. Proibire di esercitare questo diritto violerebbe la Costituzione. Con questa motivazione il Tar della Lombardia ha annullato ieri l’ordinanza con cui la giunta di Giussano aveva colpito quella che nella cittadina brianzola tutti chiamavano «la moschea», imponendole di cessare le attività. E che ora viene riabilitata con effetto immediato e con prevedibile contorno di polemiche: anche perché il vicesindaco leghista Marco Citterio aveva recentemente ricordato come due esponenti della comunità islamica di Giussano, i marocchini Rachid Ilhami e Abdelkader Ghafir, fossero stati accusati di fare parte di una associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale e collega ad Al Qaeda (e assolti nel luglio scorso la Corte d’assise di Monza: ma la Procura di Milano si prepara a fare appello).
Ufficialmente, i locali oggetto della contesa politico-giudiziaria - situati in via Cavour, nel centro della città - ospitano l’associazione culturale «Dawaa», che ha preso in affitto un vecchio bar e lo ha ristrutturato per svolgervi la propria attività. Ma da subito i vicini e l’amministrazione hanno accusato «Dawaa» di essere di fatto una moschea. E a tempo di record, nel luglio scorso, il Comune aveva tolto l’agibilità ai locali, sostenendo che ne era stata cambiata senza autorizzazione la destinazione d’uso da commerciale a religiosa.
Ma in via Cavour l’attività della associazione era andata avanti, e il Comune aveva reagito facendo scattare una serie di controlli a ripetizione: l’ultima volta il 3 settembre, ultimo venerdì di Ramadan, quando trenta frequentatori dei locali erano stati bloccati identificati poco prima della mezzanotte mentre pregavano all’interno dei locali. Ma nel frattempo «Dawaa» aveva presentato ricorso al Tar della Lombardia. E ieri mattina i giudici amministrativi hanno depositato la sentenza che accoglie in pieno il ricorso.
Nella sentenza si ricorda che la legge regionale sul territorio mette dei vincoli alla trasformazione di locali in luoghi di culto: «ma la norma non pare applicabile nel caso in cui l’immobile venga utilizzato da un’associazione culturale in cui il fine religioso rivesta carattere di accessorietà e di marginalità nel contesto degli scopi statutari».
E questo, per i giudici, è il caso di Giussano: anche se lo statuto di «Dawaa» ha tra le sue finalità «l’organizzare preghiere individuali e collettive” ovvero il “far rivivere gli insegnamenti del Profeta (Sunna) e la rivelazione Divina (Corano)”», questo «non costituisce elemento sufficiente a identificare detta sede con un “luogo di culto”», e nemmeno è sufficiente che «nella sede dell’associazione sia stata occasionalmente riscontrata la presenza di “persone di religione islamica” ovvero di “persone raccolta in preghiera”, non potendosi qualificare, ai predetti fini, “luogo di culto” un centro culturale o altro luogo di riunione nel quale si svolgano, privatamente e saltuariamente, preghiere religiose». Altrimenti, concludono i giudici, «la norma regionale si esporrebbe a dubbi di legittimità costituzionale».