«Troilo e Cressida» banco di prova per i futuri attori della Paolo Grassi

I giovani della scuola teatrale si confrontano con Shakespeare: un testo che mette a nudo le capacità interpretative di ognuno

Matteo Failla

«Non sono un insegnante ma un attore, e come tale prendo spunto dal mio lavoro per trasmettere ciò che ho vissuto sulla mia pelle, per tramandare a voi studenti un metodo di recitazione che è figlio dell’esperienza». Sono queste le prime parole che i giovani studenti del secondo anno del corso attori alla “Paolo Grassi” hanno udito dall’attore e regista Ruggero Cara all’inizio del seminario. Le ultime, invece, sono state «Coraggio ragazzi, è ora di andare in scena» e le hanno sentite trepidanti ieri sera, giorno del debutto ufficiale della prova finale del corso scelta per loro da Cara: il Troilo e Cressida di Shakespeare, con la regia dello stesso “attore-insegnante”, che li vedrà impegnati sul palco della Paolo Grassi fino al prossimo 2 luglio.
Come hanno reagito i giovani attori di fronte a questo testo, impegnativo anche per un “attore navigato”?
«Decisamente bene – spiega Ruggero Cara -, hanno partecipato al progetto con entusiasmo, impegnandosi fino in fondo. È verò, il testo non è facile, ma è stato recepito proprio come volevo: posso ritenermi soddisfatto. I personaggi di Omero e dell’Iliade, trasposti nel testo elisabettiano, hanno ormai smarrito i motivi della loro guerra, ma continuano a combattere: perché come nello sport a nessuno piace il pareggio, peggio ancor se 0 a 0. E così i ragazzi salgono sul palco in due squadre, i rossi e i blu, divisi tra loro dalla banale motivazione cromatica. Dopo sette anni di guerra nessuno ricorda neanche più i motivi del contendere, tutto si è tramutato in un incessante gioco, perché “vincere o perdere è il bello della guerra”. All’interno degli schieramenti anche l’amore diviene un concetto cangiante a piacimento: gioia o sventura, speranza o disperazione: ma anche volgarità».
È difficile dare una definizione a questo testo, tragicommedia è riduttivo: è riuscito a trovarne una esaustiva?
«No, non riesco a trovarne una che possa comprendere tutte le sfumature contenute al suo interno; ma posso sussurrare che è una riproposizione quanto mai attuale della vita umana. È un testo che si nutre dei più differenti registri, con un personaggio femminile, Cressida, che a parer mio è ancora più ricco di quello di Giulietta. Per questo ho scelto questo testo di Shakespeare, perché è un’ottima palestra per i ragazzi, obbligati a praticare “tutti gli sport” possibili. È un’opera che cambia spesso rotta: dalla tragedia alla commedia alla farsa. Ed è spesso il grottesco ad acquisire un ruolo fondamentale».
E i suoi “attori in fieri” quale registro hanno recepito con maggior intensità: il comico o il tragico?
«Nessuno dei due, e ne sono contento: vuol dire che hanno colto il mio desiderio di regista. Ho fatto collimare tragico e comico: entrambi sono parte dei personaggi, sono due concetti distinti che fanno però capo ad un’unica propensione umana, quella di chi si prende in giro, anche se involontariamente».

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