«Troppi nomadi? Qui le leggi fanno acqua»

Ore 15.00. Ultima fermata Bisceglie. I vagoni della metropolitana si svuotano. Volti anonimi si disperdono in tutte le direzioni. Ci dirigiamo verso il carcere dei minori, incastonato in una vasta area a due passi dal metrò, con le ruspe che preannunciano nuovi progetti urbani. Intorno grattacieli e palazzi avvolgono questa landa desolata, a tratti sinistra, dove gli sgomberi sono all’ordine del giorno e la presenza della polizia si fa sentire. Soprattutto dopo i recenti fatti di cronaca che - oltre a denunciare lo stato di degrado - hanno portato alla ribalta il caso della donna che ha messo in vendita suo figlio per 500 euro.
Costeggiamo via Calchi Taeggi, in fondo si snoda un parco surreale, «kusturicano». Un paio di bimbi rom strizzano gli occhi e salutano mentre un gruppo di zingare accovacciate per terra osserva diffidente: due intrusi, due estranei, in un territorio in cui non dovrebbero entrare. Per il resto silenzio, orti abusivi, un sentiero ciclo-pedonale e il luccichio di uno specchio d’acqua mimetizzato: è un canale dalle acque torbide che derivano dall’Olona. Un uomo armeggia con una valigia davanti a una cancellata che si articola lungo il corso d’acqua. Nascosta, dietro una fitta vegetazione, una serie di «villette a schiera»; baracche di lamiera e cartone adagiate sui bordi del fiume. Gli inquilini sono dei poveracci, dimenticati dagli uomini e da Dio, ma anche delinquenti dediti a furti e rapine. E hai voglia di rassicurare la gente dicendo che tra di loro ci sono anche gli onesti. Chi vive a ridosso di questa zona ha paura e chiede soltanto sicurezza.
L’uomo sorride amichevole. Gli diciamo la verità, siamo un fotografo e una cronista a caccia di storie metropolitane. La cosa non pare turbarlo, ci invita a entrare senza fare domande. Piotr, Pedro, Pietro: «Il mio nome si adegua al Paese in cui mi trovo». Pietro è un bell’uomo sulla cinquantina, un volto forte dagli zigomi slavi. A Hollywood avrebbe avuto successo. «Vengo dalla Moldavia - racconta -. Sono un ingegnere meccanico, avevo un buon lavoro, una famiglia. Poi, con la disgregazione dell’Urss, tutto è andato a rotoli. Ho dovuto espatriare per trovare lavoro». L’uomo sembra gradire la nostra presenza, qualcuno forse con cui parlare. «Cerco di starmene da solo, per i fatti miei. Sono arrivato qui tre anni fa, ero tra i primi. Poi, con l’apertura delle frontiere, sono arrivati tutti, bulgari, romeni, bravi e cattivi, ma soprattutto rom e balordi. Voi italiani siete troppo buoni e permissivi, da noi chi ruba o delinque viene punito sul serio». Pietro misura le parole, la sua stessa posizione di precario lo invita alla prudenza. E poi, da queste parti, dove ogni giorno si combatte una guerra tra poveri, probabilmente è meglio tacere. Ci racconta la sua vita, parole che scorrono copiose, tanto da poterci scrivere un libro: cinque anni in Portogallo e poi l’Italia («Mi hanno aiutato la parrocchia e voi italiani, i migliori di Europa»). In seguito ha trovato un lavoro, nero: «Mi sono tranciato un pollice, ma non ho denunciato il mio datore di lavoro, sarebbero state grane per tutti». Mostra la mano senza il dito, non fa una piega. Oggi Pietro fa il muratore, lavora tre giorni sì e uno no, ma finalmente gode di una certa tranquillità. Le due figlie sono ormai adulte e vivono in Moldavia, la moglie in un paese dell’hinterland milanese e ogni tanto lo viene a trovare («Viviamo separati ma siamo unitissimi»). Sotto sotto sa bene che presto l’area verrà sgomberata per far posto alle nuove costruzioni in arrivo. Quel che sarà, sarà. Intanto la sua vita scorre con dignità: la casa sul fiume se l’è costruita da solo, recuperando il recuperabile nelle discariche o in strada: vecchie coperte come tappezzeria, porte, sedie, armadi e suppellettili vari, roba riciclata e aggiustata alla meno peggio. C’è anche un wc, un lavello e una micro cucina, due vani per dormire e una «veranda» per stendere i panni e coltivare pomodori, aglio e cipolle. «Ho perfino la luce - e indica una batteria per auto -, mi basta. La tivù non la guardo».
Pietro è orgoglioso della sua dimora, «la più grande e la più bella sul fiume». E non importa se ci sono le zanzare d’estate e il gelo d’inverno. E pazienza se ce l’aria che puzza e tutto è fetido e impregnato di umidità e muffa. Quel che conta è poter lavorare onestamente, dormire, mangiare e amare. Perché Piotr-Pedro-Pietro, lui sì che la vita la ama davvero.