Le visioni contemporanee di Wagner

«Il dito è puntato verso l'alto, indica la luna. Il nostro spettacolo è light, leggero». Insiste sul concetto Carlus Padrissa, deus ex machina della Fura dels Baus, gruppo nato trent'anni orsono dai venti trasgressivi della Catalogna. Vuole dirci di non fare annunci destabilizzanti: niente porno, niente scandali, roba adatta anche ai bambini. Che infatti sono in scena come i nudi del Venusberg. Ma prima il regista del nuovo allestimento scaligero di Tannhäuser aveva fatto i suoi distinguo. Il dito indica la luna cioè Venere cioè la lussuria. Predisposizione che nell'opera wagneriana è contrapposta alla religione e costituisce un'insanabile dicotomia. Ma che dito? Quello della mano alta undici metri e pesante una tonnellata e fischia che è il leitmotiv dello spettacolo. Una mano che viene utilizzata in modo teatrale, come tirata dai fili di un burattinaio, o in modo autonomo, con dei sussulti interni indotti da una sapiente tecnologia. Una mano metamorfica allusiva di destino, Guido d'Arezzo con dita-pentagramma, Elisabeth, tempio, durezza del papa che nega il perdono all'eroe. Ma a proposito di sacro e profano Zubin Mehta, il direttore, da che parte sta? Colto di sorpresa lo spirituale maestro dice di amare Venere. Poi aggiusta il tiro. Come non essere sedotti dai pii Pellegrini e dalla Wartburg? Il suo Tannhäuser è un collage tra le versioni di Dresda (1845) e Parigi (1861). L'opera segna il ritorno al Piermarini (dove peraltro lui ha debuttato nel '62 di Siciliani-Ghiringhelli) a trent'anni dal Trovatore 1978. Mehta, Padrissa e i suoi, alla quinta collaborazione dopo il Ring di Firenze e Venezia (l'allestimento del ciclo fu concepito nella stiva del Naumon, il cargo di Padrissa attraccato a Barcellona che vaga nei porti del Mediterraneo per portare il Verbo) lavorano fianco a fianco in totale armonia. Tanto più che quando il regista chiede al direttore cosa sia per lui il monte di Venere, appunto il Venusberg che nell'opera si contrappone alla Wartburg, il castello dei cantori, lui indica la protuberanza che nel palmo della mano sta sotto il pollice. Detto fatto. Ecco i nostri in India, la patria di Mehta. L'India che con le sue tradizioni è cronologicamente vicina ai miti raccolti da Wagner (Minnesänger e Elisabetta d'Ungheria). L'India dei colori, delle sete, dei bastoni fioriti con applicazioni di plastica, delle folle. Un'India che oggi è spunto per una specie di Tannhäuser bollywood. «Light light». Alla Scala insomma si vedrà una «metafura» (Mehta e Fura). Il Tannhäuser, che inizia le recite domani fino al 2 aprile, è in lingua originale. Dal punto di vista musicale Mehta fa una selezione Dresda-Parigi. L'impianto rispecchia l'attuale cifra di Padrissa (ricordiamo con sgomento un Ansaldo 1989) che prevede ospitalità (Biagio Tambone e le sue coreografie «bollywoodiane») e firma un teatro che è tecnologia, cinema, installazioni, proiezioni, atmosfere. Niente sesso e scandalo, «inadatti alle sacre tavole del teatro di Toscanini». Tannhauser torna al tema della redenzione, al contrasto sensi-spirito, cammina verso la riforma drammatica. Il libretto attinge ai miti germanici. Ma il mito non è ancora identificazione («più Wagner si affonda nel mito, e più lo trovo umano», scrive Proust). L'opera non convince l'autore che vi torna sopra infinite volte e muore con il pensiero di un incompiuto: «Sono debitore al mondo di Tannhäuser». L'incompatibilità tra Venusberg e Wartburg è connotata da un leitmotiv armonico che tinge di diatonicità il bene e di arditi cromatismi il male. Considerato il numero delle versioni i direttori possono scegliere. Va molto la soluzione francese e di recente anche il mix Dresda-Parigi. Alla Scala tutti i protagonisti dell'avventura hanno dunque il compito di rendere credibile il Baccanale che stordisce l'eroe (zu viel! zu viel!, grida tramortito), la querelle Tannhäuser-Venere, il ritorno nella Wartburg, il peccato, il pellegrinaggio, la dannazione, la redenzione, la morte… Si fa più in fretta a dire.