Un omicidio rimasto insoluto torna all’attenzione degli inquirenti, che iscrivono un ultrasessantenne nel registro degli indagati. Si tratta del massacro di via Levanna a Roma, avvenuto il 24 febbraio 1987, a torto indicato mediaticamente come il “massacro di Carnevale”: venne ucciso il piccolo Cristiano Aprile, 12 anni, mentre furono ferite la madre Fiorella Baroncelli e la sorella Giada Aprile. Nell’occhio inquisitore c’è, secondo quanto riportano diverse fonti di stampa, un ex studente del padre Valerio Aprile: il docente insegnava in una scuola statale e in un istituto privato, e le indagini hanno seguito nel tempo anche la pista dello studente insoddisfatto o rancoroso, della vendetta, in passato facendo un buco nell’acqua.
Ne abbiamo parlato con il giornalista Igor Patruno, che ha pubblicato con Armando Editore “Chi ha ucciso Cristiano Aprile? - Il delitto di via Levanna”. Si tratta di un volume interessante, fruibile da parte anche dei non addetti ai lavori e che ci riporta alla fine dell’inverno 1987 in una Roma che forse non tutti conoscono, ma in cui tempo e luogo risultano fondamentali per inquadrare il caso.
Patruno, nella prima parte del libro, si concentra in una narrazione di contesto. Perché tempo e luoghi sono importanti nella vicenda?
“Per capire perché le indagini presero determinate direzioni e per capire come sia stato piuttosto facile scomparire per il killer. Via Levanna è una strada leggermente in salita, che parte da via Nomentana, sempre trafficata. Alla fine degli anni ’80 era un’arteria urbana tra le più trafficate: porta fuori Roma e c’è tanta gente che abita lì. La palazzina in cui c’è l’abitazione degli Aprile ha alle spalle una vastissima area verde, che circonda il corso dell’Aniene, oggi diventato una riserva naturale. Per cui via Levanna è un luogo sospeso tra il traffico e i campi”.
E poi?
“E poi c’è la Roma della seconda metà degli anni ’80, la Roma dell’eroina, dei ragazzi trovati sulle panchine o nelle vecchie ville romane, quella della microcriminalità diffusissima. Un nostro collega, Giuliano Gallo, scrisse a marzo 1988 che la città rabbrividisce un momento e poi passa oltre. Ho ripetuto più volte questa frase nella narrazione, perché è terribile ma racconta davvero la città in un momento in cui ci si era abituati alle aggressioni per poche migliaia di lire. Il che ha senso perché al tempo gli inquirenti si mettono a cercare il tossicodipendente che avrebbe potuto tentare il furto, anche se poi i soldi restano sul comò e non viene rubato nulla. Però la sezione narcotici della polizia se n’è occupata”.
Annamaria Ortese scrive, e lei lo cita, che “a Roma manca l’innocenza”. Dopo l’omicidio di Cristiano Aprile manca ancor di più?
“La frase di Ortese mi ha colpito perché è stata scritta proprio nel 1987. La mancanza dell’innocenza non si riferisce all’omicidio di Cristiano Aprile ma a una terra decadente e soprattutto a chi la abita - i romani - che descrive disillusi e senza più sogni. Cristiano, l’ho ripetuto più volte anche alla pm quando sono stato sentito, è come fosse nostro figlio: viene ucciso un bambino di 12 anni, in casa, in pigiama, nel luogo in cui dovrebbe sentirsi protetto, e senza una ragione. La sua bara bianca è il simbolo di quell’innocenza che a Roma non c’era. Ortese aveva ragione: la città si era abituata a troppe cose, tanto che all’inizio la vicenda viene seguita capillarmente dai giornali, con fotografie e articoli, ma poi tutto sparisce e viene dimenticato fino a una celebre puntata di Telefono Giallo. E poi non se ne parla più”.
In questo caso ci sono dettagli che appaiono errori di narrazione. Per esempio: perché chiamarla strage di Carnevale se non era Martedì grasso? Oppure il presunto movente che si concentra sugli studenti del Pitagora, dove Valerio Aprile effettuava ripetizioni ma non aveva la facoltà di bocciare?
“Non lo so. E credo ci sia poco sa sapere: credo sia uno schema narrativo che ho notato tante volte. Si commettono errori, in fondo, come diceva Umberto Eco Wikipedia è piena di errori. E alla fine la storia sbagliata viene vista come una storia vera ripetuta per 40 anni, perché la gente crede che le cose siano andate in quel modo. Quell’anno il Carnevale cadeva a marzo, però entra in qualche modo nella storia”.
Perché Cristiano aveva chiesto alla mamma il costume da angioletto?
“Sì. Viene fuori da un verbale, così come probabilmente il professor Aprile avrebbe invitato alcuni colleghi del Pitagora per una festicciola in casa. I colleghi lo dicono da subito: in questa scuola non possiamo bocciare o promuovere, per cui gli inquirenti passano al setaccio anche il Galileo Galilei, la scuola statale in cui Aprile insegnava. Vengono interrogati centinaia di studenti, anche perché Aprile insegnava elettrotecnica e quindi seguiva molte sezioni nel corso degli anni, e vengono interrogati anche ex studenti che erano stati bocciati l’anno precedente”.
Nel racconto della signora Baroncelli emerge un dettaglio che farebbe pensare alla premeditazione. Lei dice che mentre il killer è in azione le dice in romanesco: “La preghi dopo tua madre”. La signora sta in effetti guardando un ritratto della nonna di Cristiano.
“Il dettaglio viene fuori in realtà a Telefono Giallo. E la versione è differente dalla testimonianza resa agli inquirenti un anno prima. C’è il tema di qualcuno che potrebbe aver osservato la famiglia e la polizia lo ricava dalle testimonianze, anche perché una settimana prima del delitto un ragazzo si reca all’appartamento degli Aprile dicendo di aver parlato con il professore e di dover prendere un libro per l’esame. La signora Baroncelli lo fa entrare, perché è abituata al viavai di studenti e non è raro che chiedano libri in prestito. Scopriremo solo dopo che è una menzogna: Valerio Aprile casca dalle nuvole e Baroncelli apre nuovamente perché probabilmente non ne aveva parlato col marito. In quel periodo pare non andassero molto d’accordo e quindi è possibile che lei si sia dimenticata di riferire quella prima visita. Però ci sono due testimoni che lo vedono, ci sono anche le descrizioni fisiche del killer”.
Ma non corrispondono. C’è chi parla di occhiali, chi non ne parla. Tutti però sembrano d’accordo su una caratteristica, anche la signora Baroncelli e Giada Aprile: lo sconosciuto era pallido.
“Nel libro metto a confronto tutte le descrizioni, ma è un fenomeno abbastanza comune che non ci sia una perfetta coincidenza. Gli avvistamenti più importanti sono due e sono collegati: quello della signora delle pulizie e quello della colf che va a lavorare al terzo piano. Il nucleo fondamentale delle testimonianze resta sempre quello: un uomo giovane, 20 anni, alto, molto magro, pallido, capelli corti e scuri. Gli occhiali potrebbe esserseli tolti successivamente”.
Questo caso venne messo in correlazione con l’omicidio di Amelia Pascucci. A parte il luogo, ci sono altri punti di contatto?
“No. Amelia Pascucci viene uccisa a gennaio ’87. Il soggetto è diverso: lei è una donna di 66 anni che esce per fare un giro e viene uccisa con un’arma da punta e da taglio. La pm Rosanna Giannillo viene colpita dall’utilizzo dell’arma da taglio e dal fatto che Cristiano viene colpito al collo, mentre la signora Pascucci viene ferita alla carotide. E alla signora Pascucci non vengono presi i gioielli che ha addosso, così come non c’è un furto in casa Aprile. Per cui i punti di contatto sono: vicinanza geografica, modo simile di colpire e mancato furto. Ma è una suggestione, che poi svanisce, poiché il delitto Pascucci è stato casuale, anche perché viene derubata del contenuto del borsellino. Forse qualcuno stava per avvicinarsi e l’assassino ha preferito scappare”.
C’è un dettaglio strano nella vicenda, un dettaglio che viene debunkato nel libro: una sedicente donna si fa avanti con una lettera anonima in cui dice di essere in comunicazione con Cristiano attraverso la scrittura automatica. Ce ne vuole parlare?
“All’epoca era una prassi comune mandare lettere anonime. L’esperto Francesco Rende l’ha analizzata sia dal punto di vista grafologico che psicologico e per cominciare la grafia non cambia: quando si parla di scrittura automatica siamo nel campo della parapsicologia e la grafia cambia. Il testo contiene informazioni date a Telefono Giallo. Forse qualcuno aveva il bisogno di dare una spiegazione a questo delitto inspiegabile e l’autrice della lettera invita la signora Baroncelli a non cercare il colpevole a a credere nella giustizia divina. Mi aveva colpito”.
Perché sembrava un depistaggio?
“E chissà, magari lo era. Tanto che la lettera è stata mantenuta all’interno delle carte. Ci sono altre lettere anonime, ma sono le solite. Tra l’altro si può immaginare cosa sia accaduto dopo la messa in onda di Telefono Giallo. La lettera in questione è rimasta però tra gli atti importanti: i genitori di Cristiano, specialmente Valerio Aprile che era profondamente cattolico, ne erano rimasti colpiti. Così come gli inquirenti. Era una lettera molto strana”.
