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Musica

“Sul palco m’ispira Buddha ma anche Beethoven...

Il maestro guida la Wule Symphony Orchestra, composta da ottanta monaci Chan. Il 2 novembre il concerto a Milano

Wule Symphony Orchestra

Le vesti lunghe e rosse, le teste rasate, gli strumenti. Sono un’ottantina, sono i musicisti della Wule Symphony Orchestra e sono tutti monaci (un record mondiale). E poi c’è lui, il maestro, con l’abito in seta celeste come l’Impero da cui proviene: Shi Wule, monaco Chan, quarantacinquesimo patriarca della scuola Linji del Buddhismo cinese. Nato nello Shanxi nel 1948, Shi Wule si è formato spiritualmente e musicalmente a Wuhan, e con la sua orchestra gira il mondo per portare l’Oriente nell’Occidente e viceversa e per diffondere un messaggio semplice, utopico e affascinante insieme: il dialogo e la pace grazie alle arti e alla cultura. Il maestro e la sua orchestra stanno per suonare anche in Italia: il 2 novembre al Teatro Arcimboldi di Milano (presenta Ilaria D’Amico, ospite speciale Felix Klieser); il 5 alla Reggia di Monza; il 7 alla Casa Museo Luciano Pavarotti di Modena e il 9 ad Avigliano Umbro (Tr), al Centro Europeo di Toscolano fondato da Mogol.

Maestro Shi Wule, come ha iniziato?

«Tutto è cominciato quando avevo tredici anni. È stato allora che ho iniziato a studiare musica e a intraprendere il mio percorso spirituale e, per questo motivo, il numero tredici ha per me un significato speciale. All’epoca, le condizioni per studiare musica erano piuttosto limitate: ci rivolgemmo agli insegnanti di una scuola per sapere come avremmo potuto iniziare...».

Qual è il legame fra il Buddhismo e la musica?

«Credo che esista un legame molto profondo tra il

Buddismo e la musica: la dimensione più elevata del Buddhismo riguarda la mente e il mondo spirituale; allo stesso modo, anche l’essenza più profonda della musica risiede nella mente e appartiene alla dimensione spirituale. Proprio come la meditazione Chan, la musica può influenzare il nostro mondo interiore portando serenità, bontà, amore e pace».

Suonate anche musica occidentale?

«La nostra orchestra ha studiato ed eseguito diverse opere, tra cui la Sinfonia n. 25 di Mozart e La sorpresa di Haydn».

Quali strumenti ama?

«Il violino, perché è proprio attraverso lo studio del violino che ho iniziato a conoscere e comprendere la musica. Ma anche il pianoforte, l’arpa e gli altri strumenti possiedono una bellezza e una capacità espressiva uniche».

La parte più difficile del suo lavoro?

«Quella che riguarda le persone. La nostra orchestra è composta interamente da monaci che non percepiscono uno stipendio per la loro attività musicale; per questo coordinare le diverse personalità, mantenere una visione comune e incoraggiare tutti a dedicarsi con continuità allo studio e alle prove richiede un grande impegno».

Quanto conta il silenzio per voi?

«Il silenzio è presente in ogni cosa: che ci troviamo in movimento oppure in uno stato di quiete, il silenzio dovrebbe sempre accompagnarci. Il vero silenzio non consiste semplicemente nell’assenza di suoni, ma è soprattutto una condizione interiore,

poiché quando il movimento è privo di un nucleo di silenzio interiore rischia di trasformarsi in un’agitazione incontrollata. E il silenzio è presente anche nella musica: persino durante l’esecuzione di un brano intenso e appassionato è possibile conservare una profonda quiete interiore, e questa capacità di mantenere la calma e la consapevolezza è parte integrante della nostra pratica spirituale».

Danza, musica e meditazione come si legano nella vostra esibizione?

«Attraverso la meditazione Chan cerchiamo di unire la danza e la musica e il significato più profondo di questa unione è proprio mostrare che l’arte e la pratica spirituale non sono realtà separate».

Qual è la sua musica o il suo suono preferito?

«Il suono che amo di più è quello dell’armonia, mentre la mia composizione preferita è il Concerto per violino in re maggiore di Beethoven: la melodia, l’armonia e il contrappunto continuano a commuovermi e a ispirarmi».

Come conciliate la vita monastica e i concerti?

«Per me, esibirsi è una forma di pratica spirituale, proprio come lo è la vita quotidiana nel monastero. Naturalmente, prima o durante un’esibizione possono esserci momenti di tensione, e in questi casi cerco di utilizzare lo sguardo, le espressioni del viso e i gesti per contribuire ad alleviarla...».

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