Afghanistan Ma vale la pena morire per quest’uomo?

Ai tempi della Guerra fredda, quando l'Occidente era costretto a sostenere qualche dittatore al fine di contenere l'espansionismo sovietico, si soleva dire di lui: «È un figlio di p..., ma almeno è il nostro figlio di p...». Sottovoce, si è fatto spesso lo stesso ragionamento su Hamid Karzai, il presidente «scelto» dagli americani nel 2004 per costruire un Afghanistan democratico, ma che si è rivelato debole, corrotto e spesso non all'altezza del suo compito.
Adesso che Karzai, pur di assicurarsi un secondo mandato, ha non solo stretto alleanze con signori della guerra e trafficanti di droga e preso provocatoriamente le distanze da certe operazioni della Nato, ma anche autorizzato brogli di dimensioni inaccettabili, ci si domanda se possa ancora essere considerato il nostro figlio di p... Per dirla con il suo avversario Abdullah Abdullah, che è stato il primo a denunciare le frodi: «Sarà difficile per i governi alleati giustificare il sostegno al risultato di un’elezione per cui sono stati spesi centinaia di milioni di dollari e molti soldati della Nato sono morti, ma che si sta rivelando una tragica farsa». Oppure, per citare un ambasciatore europeo a Kabul: «Come possiamo avallare una elezione che potrebbe essere decisa da centinaia di migliaia di schede false e poi continuare a contestare la vittoria di Ahmadinejad nelle presidenziali iraniane?».
Il momento della verità si avvicina. Con il 91,6% dei seggi scrutinati, la Commissione elettorale afghana ha assegnato martedì a Karzai il 54,1 delle preferenze contro il 28,3 di Abdullah, anticipando praticamente un suo successo al primo turno. Nonostante il «congelamento» dei risultati di 600 sezioni sospette. Ma, contemporaneamente, la Commissione di controllo dei reclami (Iec), istituita dall'Onu e formata in maggioranza da esperti stranieri, ha annunciato di avere raccolto «prove incontrovertibili di brogli» e lasciato intendere che, per osservare i normali standard, bisognerebbe annullare non meno di 700mila voti tarocchi (su un totale di 5,7 milioni), cioè proprio quelli che hanno fatto ottenere in extremis a Karzai, che all'inizio del conteggio viaggiava tra il 40 e il 45 per cento, la maggioranza assoluta.
Le indagini sulla legittimità delle elezioni hanno portato alla luce un vero e proprio campionario di orrori: decine di migliaia di schede provenienti da seggi mai aperti, sezioni in zone infestate dai talebani in cui avrebbe votato - tutti per Karzai - il 100% degli elettori, occupazione di seggi e manipolazione degli scrutini da parte di sostenitori del presidente, urne riempite a posteriori di schede prefabbricate. La Iec appare decisa ad andare fino in fondo prima di dare il suo indispensabile imprimatur alla consultazione, esaminando tutti i circa duemila reclami che le sono pervenuti, ricontrollando le schede sospette e prendendo in esame i risultati delle sezioni che hanno riportato risultati anomali.
Il processo richiederà varie settimane, per cui anche quando, tra qualche giorno, il conteggio dei voti sarà terminato non potrà essere proclamato il vincitore. A questo punto, gli Stati Uniti e i suoi alleati non sanno più che cosa augurarsi. Sia che la Iec certifichi il risultato che si profila, sia che decreti la necessità di un ballottaggio, sia che annulli le elezioni tout court, l'Afghanistan rischia di rimanere a lungo in uno stato di incertezza che non può che favorire i talebani. Comunque, la credibilità del processo democratico ne uscirà compromessa. Fermo restando che quella afghana è - come ha ribadito Obama - una guerra necessaria se si vuole impedire che Al Qaida recuperi la sua principale base operativa, è diventato difficile combatterla al fianco, e a favore di, un presidente di cui non ci si fida più.
Non può essere un caso che ieri Gran Bretagna, Germania e Francia, cioè i tre Paesi che, dopo gli Usa, forniscono più truppe al contingente Nato di 103mila uomini, abbiano chiesto all'Onu una conferenza internazionale sull'Afghanistan entro la fine dell'anno al fine di «delineare le nuove prospettive e gli obbiettivi per la governance del Paese».

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