È un altro crudele, funesto 11 del mese. Undici, il giorno del terrore, il giorno delle stragi annunciate. Come nel settembre 2001 a Manhattan, come nel marzo 2005 a Madrid, come lo scorso aprile e lo scorso luglio in Algeria. Ora è di nuovo Algeri, ma stavolta Al Qaida Maghreb, o chi per lei, ha fatto anche peggio. A notte inoltrata, soccorritori e forze di sicurezza continuano a scavare tra le macerie del palazzo dellOnu nel quartiere di Hidra, ma un bilancio preciso non affiora. Il ministro dellInterno Yazid Zerhouni preferisce arroccarsi allufficialità di 24 vittime accertate e di 177 feriti. Ma suona come unottimistica speranza. Le cifre non ufficiali in serata parlano di 67 cadaveri.
Gli ospedali alambiccano tra la conta dei corpi già portati allobitorio e quelli dei feriti appena trapassati. Autorità e soccorritori faticano a metter ordine nel computo straziante, stentano a distinguere tra le vittime dellesplosione del quartiere di Hidra, dove un ordigno ha abbattuto la facciata dellAlto Commissariato per i Rifugiati, e quello di Ben Aknoun, dove unautobomba ha sgretolato lentrata della Corte costituzionale.
A sera la luce livida delle fotocellule illumina un sentiero di sudari screziati, corpi dilaniati, resti senza più parvenza e identità. Già prima della rivendicazione ufficiale, giunta in serata, il ministro Zerhouni, puntava il dito sul «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento», la formazione armata e concessionaria del marchio di «Al Qaida Maghreb».
Lattentato è un altro colpo alle speranze di tanti algerini. Certo cerano state le bombe e i 33 morti di Algeri l11 aprile, gli attentati ai militari l11 luglio, ma le cifre facevano sperare. A novembre il terrore integralista aveva fatto solo quattro vittime. Il bilancio più rassicurante in oltre dieci anni. Le bombe di ieri hanno pareggiato il conto.
Mai, neppure allapice della quindicennale guerra tra governo e integralisti, gli artefici del terrore erano riusciti a colpire così duramente la capitale. La duplice, sincronizzata mattanza, come da consolidata liturgia Al Qaidista, scatta poco dopo le 9.30. La prima autobomba esplode tra le alture del quartiere di Ben Aknoun, davanti alla sede della Corte costituzionale. Gran parte delle vittime hanno poco a che fare con quella sede istituzionale. La vampata di fiamme e acciaio prima di scaricarsi sul palazzo intercetta un autobus stipato di universitari diretti alla facoltà di Legge, lo sbudella con la forza di unossidrica, falcia la maggior parte delle giovani vite, condanna i sopravvissuti a una vita di menomazione e sofferenza.
Quellautobus imbottito di umani innocenti non attenua la violenza dellordigno. La vampata raggiunge lingresso del palazzo, continua a distruggere, uccidere, ferire. La sua eco sorda rotola tra le alture, si insinua tra le viuzze eleganti di Hidra, raggiunge come un presagio le orecchie di Sophie Haspeslagh e delle sue colleghe negli uffici dellAlto Commissariato delle Nazoni Unite. «Chiedo alle guardie della sicurezza cosa è stato. I loro walkie talkie riferiscono di una bomba da qualche parte. Un attimo dopo esplode la nostra, il mondo si fa buio, sento i calcinacci piovermi addosso. Quando riapro gli occhi - racconta Sophie - sono sotto una scrivania, una parte della facciata sè sbriciolata, una collega mi corre davanti, ha gli occhi sbarrati, non articola una parola, la guardo. Ha la gola dilaniata da una scheggia, sui suoi vestiti cè sangue ovunque».
Viste da fuori le macerie di Hidra ricordano quelle della sede Onu a Bagdad il 19 agosto 2003. Anche allora fu Al Qaida.
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