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Ambiente

“L’uomo e il lupo si fanno paura. Ma sono più simili di quanto si pensi”

Il biologo che studia i cetacei ma è appassionato del canide Enrico Villa. “In Abruzzo l’osservo da vicino, ha una nomea immeritata”

Lupo

La vita di Enrico Villa, cetologo e autore del libro «Lupi di Aschi» ha due volti: lo studio dei cetacei nelle isole Azzorre e la passione per i lupi dell’Abruzzo. E da questo amore ha scoperto che la convivenza con l’uomo è possibile ed è già praticata nel cuore degli Appennini.

Durante l’anno lei studia i cetacei, ma osserva anche i lupi. Come mai questa scelta?

«Io di formazione universitaria sono un chimico e poi mi sono spostato verso la biologia. Attualmente mi occupo di balene e delfini, quindi di cetacei. Dirigo un’azienda di whale watching, ma svolgo anche ricerca scientifica. Mi occupo di lupi per passione: insieme a mia moglie, ho scoperto il Parco Nazionale d’Abruzzo e in particolare il paese di Aschi dove è molto facile vedere i lupi. Posso dire che l’interesse è nato dal fatto che, come per balene e delfini, a volte anche per il lupo si crea una nomea che può essere immeritata. E la passione è poi sfociata nel terreno letterario».

Il suo libro «Lupi di Aschi» si basa sull’osservazione dei lupi e degli abitanti del piccolo paese. Con questa storia, cosa intende mostrare?

«Ho voluto raccontare un caso di coesistenza naturale tra uomini e lupi senza rabbia o l’idea che sia un animale che non va assolutamente toccato. Molti degli abitanti di Aschi sono allevatori e difendono il bestiame dai predatori, ma senza sfociare nel bracconaggio. Il lupo è però un animale estremamente polarizzante. Eppure c’è un posto dove si accetta che faccia parte dell’ecosistema, pur impedendogli di predare gli animali d’allevamento. Tutto questo fa sì che ci sia una coesistenza pacifica tra uomo e lupo. Il mio è un romanzo ibrido: i lupi sono quelli che si osservano in questo momento e le stesse persone citate nel libro sono reali, accanto a personaggi che non esistono. Il lupo ha diritto di esistere come l’uomo, però io devo fare qualcosa per limitare i rischi».

Quali buone pratiche ha trovato ad Aschi?

«Di base non c’è nulla di innovativo. Vengono usati i cani da guardiania (o da protezione), in particolare il pastore maremmano abruzzese che per la sua stazza è un forte deterrente per i lupi. Altre misure sono le reti di protezione elettrificate e la stessa presenza umana. Ma c’è anche un discorso di atteggiamento. In Abruzzo ci sono sempre stati animali come l’orso marsicano e il lupo e l’abitudine generazionale alla presenza di un animale fa la differenza: può sviluppare un senso del territorio e rendere normale che il lupo, come altri animali, ne faccia parte».

Quali sono i pregiudizi sul lupo e quali gli aspetti più interessanti?

«Quando osservi i lupi, noti subito che è difficile vederli e praticamente impossibile avvicinarli perché sono animali estremamente schivi e con una grande paura dell’uomo. Mi ha molto colpito anche la struttura sociale e i legami all’interno di un branco. Io sono cresciuto con l’idea di gerarchie rigide dentro un branco. Ma ho scoperto che i lupi sono delle famiglie e l’aggressività nei confronti di altri membri dello stesso branco è qualcosa che è stata studiata in cattività dove tutto è alterato. In realtà c’è la coppia che si riproduce e comanda come in tutte le famiglie perché ha più esperienza, ad esempio su come procacciare il cibo ed evitare i pericoli».

E nello studio sul campo dei cetacei, c’è qualcosa che l’ha sorpresa?

«Alle Azzorre sono residenti o passano più di 20 specie di cetacei e la specie che si osserva per tutto l’anno in numeri considerevoli è il capodoglio. Per nutrirsi deve scendere in profondità per mangiare calamari, magari lasciando un piccolo in superficie. In questo caso le altre femmine curano i piccoli e addirittura li allattano. Questo per me è emozionante perché dimostra una grandissima fiducia reciproca. I cetacei in generale sono animali intelligenti, molto miti nei confronti dell’uomo. Ma l’interesse è anche ecologico per capire se hanno bisogno di protezione».

Come stanno reagendo i cetacei al cambiamento climatico sull’oceano?

«L’Artico e l’Antartico sono delicate per lo scioglimento dei ghiacci e per gli animali che ne seguono la ritirata. Le specie migratorie, come le balenottere, si riproducono a sud delle Azzorre e in estate vanno a mangiare in Islanda o Norvegia dove il mare è molto ricco di crostacei. Le Azzorre si trovano proprio su questa via migratoria. Abbiamo però avuto una drastica diminuzione del numero di avvistamenti e in anni recenti abbiamo visto che una parte di loro vive tutto l’anno alle isole Svalbard. Un grandi cambiamento potrebbe essere un ambiente artico non più così ostile d’inverno, ma con il rischio di una ridotta disponibilità di cibo. Inoltre solo nel corso degli ultimi due decenni la temperatura minima che raggiungiamo intorno a febbraio-marzo è aumentata nel tempo. Questo potrebbe in prospettiva alterare la tempistica delle migrazioni o addirittura l’utilizzo degli habitat per nutrirsi».

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