I militanti milanesi di Futuro Nazionale hanno trovato il modo di rispondere alle inchieste de Il Giornale su Roberto Vannacci: stracciare il nostro quotidiano. E siccome evidentemente non bastava, hanno diffuso nelle loro chat una locandina in cui i quotidiani finiscono tra le fiamme. Nel confezionarla, sono riusciti persino a sbagliare il nome della testata contro cui protestano. Puntano il dito contro Libero e Il Giornale.
La notizia potrebbe finire qui. E forse dovrebbe. Ne scriviamo però per una ragione: il metodo che usano.
Il Giornale ha pubblicato un’inchiesta su Vannacci. Si possono contestare le notizie, chiedere rettifiche, produrre documenti, rivolgersi a un giudice. Si può soprattutto fare una cosa che nel giornalismo conserva una certa efficacia: dimostrare che ciò che abbiamo scritto non è vero.
Stracciare il giornale per questi militanti è più facile. Rappresentarlo mentre brucia è ancora più facile.
Futuro Nazionale definisce la propria iniziativa una «provocazione goliardica». Sarà. Abbiamo conosciuto goliardie più spiritose. E soprattutto meno cariche di memoria. Perché in Europa l’immagine della carta stampata consegnata alle fiamme non è esattamente un’invenzione della satira. Ha precedenti che dovrebbero suggerire prudenza soprattutto a chi ama proclamarsi custode della civiltà europea.
Naturalmente nessuno impedirà loro di protestare. La libertà che difendiamo per noi vale anche per chi ci considera «carta straccia». Possono non comprarci. Possono criticarci. Possono accusarci di avere tradito questa o quella destra. Possono perfino divertirsi a strappare qualche copia di Libero e Il Giornale come scrivono nel comunicato. La democrazia ha sopportato di peggio. E proprio qui comincia il nostro mestiere.
Un giornale appartiene, prima di tutto, alle notizie.
Il Giornale ha una storia, una cultura, una sua identità. Ma se quell’identità significasse scegliere quali fatti pubblicare a seconda del colore politico dei protagonisti, non sarebbe più un giornale.
Indro Montanelli fondò questo quotidiano dopo aver pagato personalmente il prezzo di una libertà che non volle negoziare. Quella lezione non consiste nel ripetere oggi ciò che Montanelli avrebbe pensato di Vannacci o di qualunque altro protagonista della politica. Nessuno può saperlo. Consiste in qualcosa di molto più semplice: il giornalista non porta la casacca di chi racconta. Ed è esattamente questo il punto.
Le nostre inchieste su Roberto Vannacci non chiedono a nessuno di essere di destra o di sinistra, vannacciano o antivannacciano. Mettono sul tavolo fatti e documenti. Chi ritiene che siano falsi ha una strada semplicissima: dimostrarlo. Saremo i primi a pubblicarne la prova. È così che funziona il giornalismo quando prende sul serio se stesso e i propri lettori.
Invece si annuncia lo strappo pubblico delle copie. Si parla di boicottaggio. Si rappresentano giornali tra le fiamme. E tutto questo perché un quotidiano ha pubblicato qualcosa che non è piaciuto. È precisamente contro questa idea proprietaria dell’informazione che un giornale deve reagire. Non per difendere se stesso. Va difeso un principio: chi pretende di esercitare un ruolo politico deve accettare che qualcuno faccia domande, cerchi documenti, controlli i conti, ricostruisca rapporti e pubblichi ciò che scopre. Non ci interessa il folklore, né il salame, né il vino, né la coreografia escogitata per conquistare qualche titolo. Ci interessa quel giornale raffigurato mentre brucia. Perché è un’immagine che dice molto più di quanto probabilmente volessero dire i suoi autori. Dice che, quando non si riesce a spegnere una notizia, si può essere tentati di spegnere chi la pubblica.
